20 aprile 2006 - Intervento di Alessandro Buffardi all'Assemblea di Banca Intesa

Signor Presidente, Signori Consiglieri, Signori Azionisti,

Ci risiamo, signor Presidente; come lo scorso anno, Le preannuncio intanto il mio voto contrario e, come lo scorso anno, il mio intervento è a Lei rivolto perché ritengo che debba rispondere – diciamo – politicamente, senz’altro istituzionalmente non solo di ciò che fa ma anche di ciò che dice l’A.D. di questa banca.
Oltre tutto, lo scorso anno, il nostro, da me catalogato tra i mercenari, replicò – non richiesto – di non voler rispondere agli insulti: evidentemente abbisognava di un ripasso della lingua italiana, e quindi lo lasciamo tranquillo a studiare.
Veniamo al dunque. Signor Presidente, ma l’ha letta l’intervista rilasciata dall’A.D. a Francesco Manacorda pubblicata su La Stampa il 1° febbraio scorso? Una intervistona a tutta pagina!; il titolo, se a Torino avessero avuto un po’ di coraggio, avrebbe potuto essere: “predicare bene e razzolare male”, e non sarebbe stato nemmeno un insulto, ma un dato di fatto. Prima di vedere il perché, una considerazione.
L’intervista al quotidiano torinese cade (che strano!...) pochi giorni dopo il noto scherzetto fatto dal torinese Istituto S.Paolo alla torinese Fiat, in un contesto nel quale è presente anche Banca Intesa.
Ogni tanto la libera stampa va spontaneamente ad intervistare il nostro A.D. su questioni politiche e macroeconomiche, quasi da aspirante uomo politico: “per il bene del Paese”, come direbbe lui. Tecnicamente però al bene del paese ci devono pensare gli eletti dal popolo, i governanti che il Parlamento esprime e gli alti dirigenti dello Stato e delle Istituzioni: l’A.D. di una banca privata è pagato (e quanto!!) per fare altro.
Torniamo al predicare e razzolare. L’amministratore-statista (dopo il Presidente-operaio, il Presidente-cantante, il Presidente-panettiere) dà lezione di economia ed elargisce le sue ricette.
Primo. Per evitare il rischio-welfare, bisogna “portare a innalzare notevolmente i tassi di partecipazione al mondo del lavoro. In Italia, soprattutto, dobbiamo allungare per tutti il tempo di permanenza nel mondo del lavoro…”. Monsieur de La Palice; lo sostengono da sempre tutti gli imprenditori che regolarmente sollecitano il governo di turno ad agire di conseguenza, procrastinando l’età di passaggio a carico dell’Inps. Allora, forse, la novità è che – a differenza dei citati imprenditori – il nostro evita di applicare, all’interno del ‘gruppo’ da lui diretto, la regoletta: privatizzare gli utili e pubblicizzare le perdite. Fine del predicare bene; inizia il razzolare male.
L’A.D., infatti, forte di analoga esperienza a Poste Italiane, nel triennio 2003/2005 ha espulso da Banca Intesa 5700 dipendenti che sono stati così presi in carico dall’Inps al maturare della prima finestra utile (diciamo al 57° anno di età); ha così anche impedito l’esercizio di quella opportunità, che nel frattempo il governo aveva offerto ai lavoratori, chiamata “bonus” (incentivo al posticipo del pensionamento). Altro che “allungare i tempi di permanenza nel mondo del lavoro”!!
Secondo. “Cosa si aspetta per attivare concretamente il secondo e terzo pilastro previdenziale? Perché si rinvia? Sembra che le nostre classi dirigenti (quali??) non vogliano rendersi conto della portata di fenomeni che si sono messi in moto”. Fine del predicare bene; inizia il razzolare male. Banca Intesa , con l’acquisizione della Banca Commerciale Italiana, aveva ereditato anche il relativo Fondo Pensioni Comit, nato nel 1905, primo esempio di fondo di previdenza integrativa “ante litteram”. Tale fondo, gestito dalla banca, con i conti in ordine dal 1999 (ante fusione delle banche), un rendimento nel 2004 del 14% ca. e con un più che cospicuo patrimonio immobiliare (oltre 1100 milioni di euro!), è stato prima affossato – anche grazie all’operazione di espulsione dei 5700 dipendenti, in gran parte ex-Comit – e poi messo inopinatamente in liquidazione da Banca Intesa, privando così 10.000 pensionati del relativo reddito integrativo. Altro che “attivare concretamente”; è stato distrutto ciò che già esisteva – e da 100 anni – nel campo della previdenza complementare.
Terzo. “In Italia abbiamo il secondo stock di risparmio famigliare al mondo, una risorsa incredibile da indirizzare verso gli investimenti e lo sviluppo”. Fine del predicare bene; Banca Intesa ha ceduto infatti la sua società di fondi Nextra ai soci francesi.
Steso un pietoso velo sul resto dell’intervista, ancora una parola sull’Amministratore-statista.
Veda, Signor Presidente: prima di essere azionista di Banca Intesa, io sono cittadino italiano; e allora “per il bene del Paese” (primario rispetto all’altro) è meglio che la res pubblica faccia a meno di un simile statista; e se anche Banca Intesa volesse farne a meno, nessuna preoccupazione per il nostro: come molti valenti ricercatori potrebbe emigrare negli Stati Uniti. General Motors ha annunciato 30000 dipendenti da esodare e 12 fabbriche da chiudere entro il 2008: cercasi manager per il triennio 2006/2008. “Per il bene del Paese”, questa volta lo dico io.
Allora, Signor Presidente, non pensa di aver una qualche responsabilità di tutte le cose sin qui raccontate? Forza, abbia un sussulto di etica generosità! Ceda il nostro alla General Motors. D’altro canto, per quanto riguarda la politica nostrana, Lei, che ama per sé un prudente basso profilo, ha già nella sua famiglia un giovane aspirante senatore che si sarebbe anche costruito (non ci facciamo mancare proprio nulla…) una sua lista ulivista ‘terza’. A scanso di equivoci, sto parlando del Prof. Gregorio Gitti. Di tutto ciò, in quell’area, faremmo peraltro volentieri a meno.
Ma torniamo a bomba. Una parte delle succitate considerazioni le avevo rappresentate al giornale che aveva curato l’intervista, tanto per vedere l’effetto che faceva; che sciocco sono stato a non ricordare ciò che Giancarlo Galli (a Lei ben noto) scriveva nel suo libro “Poteri deboli”: “I media, da cani da guardia del ‘sistema’, sono in larga misura decaduti a portavoce interessati dei loro padroni di turno, tanto da indurre il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi a spronare i giornalisti a ‘tenere la schiena dritta’”. Evidentemente, in quel momento, erano assenti dalle redazioni; chissà se ce n’è almeno uno tra chi origlia oggi qui.
Petrolinianamente mi verrebbe da dire: “non ce l’ho con lei, Signor A.D., ma con il Richelieu che le sta a fianco e non la butta di sotto”. Perché Lei, Signor Presidente, continuando a sventolare i vessilli dell’etica, elargisce ‘stock option’ per la partecipazione al risultato di quelle operazioni andate a buon fine (spero a questo proposito che non si sia dimenticato dei sindacati che tanto si sono adoperati!). Sempre Galli scrive: “Il profano, rassegnato, allarga le braccia: se si sono comportati bene…Ebbene no: la pagella è quasi sempre irrilevante. Il marchingegno d’arricchimento retributivo del top manager è legato a bizzarre alchimie, capaci di trasformare i disastri in manna”. “Il problema sta nel capire se esista una connessione etica tra compensi e risultati. Etica, ben prima che professionale”.
Il fatto è che io, Signor Presidente, sono sciocco due volte. Credevo che il contenuto dell’intervista a La Stampa fosse farina del sacco dell’A.D.. E invece no; egli ha attinto a piene mani agli insegnamenti da Lei, Signor Presidente, elargiti nella sua recente pubblicazione “Mercato e disuguaglianza”. Pensi che bravo sono: credo di essere stato il primo, a Torino – non so se l’unico -, a comprare il suo libro, investendo una parte delle mie modeste risorse, quasi nella speranza di scoprire in Lei un qualche mutamento, un miglioramento, mi verrebbe da dire una conversione. Purtroppo no. Ricordo a Lei, anche a beneficio di tutti quelli che non hanno invece letto il libro, alcuni passi.
Nella prima parte, dedicata alla globalizzazione ed ai suoi problemi, dice: “Una crisi che trova la sua radice ultima in una logica di esasperato utilitarismo che ha pervaso la mentalità e il costume della società occidentale: se ai manager e a tutti gli operatori cui è affidata la gestione delle aziende viene richiesto di conformare le loro scelte unicamente alla ricerca del maggior profitto (un profitto, tra l’altro, da perseguire in tempi irragionevolmente sempre più brevi) e se, più in generale, la motivazione esclusiva dell’agire umano nel campo economico è posta nel perseguimento del massimo utile personale, non può sorprendere che il sistema vada incontro a vicende traumatiche come quelle conosciute recentemente (anche per effetto di comportamenti illeciti) da alcune grandi aziende americane”. Ma a chi stava pensando quando scriveva questo? A Parmalat, a Cirio, a Giacomelli, o non piuttosto a Banca Intesa ed ai suoi managers?
Il bello è che, più avanti, dice: “Se guardiamo alla prova fornita sotto il profilo etico dagli imprenditori cattolici italiani negli ultimi decenni, dobbiamo riconoscere che essa è risultata alquanto deludente…. Invece di riscontrare comportamenti esemplari, si è dovuto lamentare persino l’inosservanza di quei valori etici ‘minimi’, che sono radicati nella coscienza comune e che sono codificati nelle leggi”. E più oltre: “Un altro banco di prova dove può essere misurata la libertà di scelte che incidono su importanti valori umani è quello delle crisi aziendali.
La coerenza con un’ispirazione cristiana impegna la coscienza dell’imprenditore e del manager nelle più diverse circostanze. Tra le tante che si possono richiamare, si pensi al tema della moderazione nel perseguimento di arricchimenti personali, a fronte delle sempre più forti tentazioni di smodati compensi e guadagni, al rifiuto di ogni forma di speculazione – dove manchino di operare i due elementi che giustifichino il profitto, vale a dire il lavoro e il rischio”.
Non so a Lei, ma a me compare sempre davanti Banca Intesa!!
E ancora: “L’esperienza storica porta quasi sempre a riscontrare una grande distanza tra ciò che risponde alla logica del realismo politico e dell’utilità economica e ciò che è dettato dalle ragioni dell’etica e dell’umanesimo. Ma noi abbiamo il dovere di continuare a credere e ad impegnarci perché tale distanza sia colmata, anche quando ci sembra incolmabile”.
Speriamo in bene! Perché a giudicare dai comportamenti reiterati di questi ultimi anni, queste invocazioni programmatiche appaiono solo buone a tacitare la coscienza!
Nella seconda parte, intitolata ‘Mercato e democrazia’, leggo:
“Alcuni manager hanno ritenuto di poter identificare i propri interessi con gli interessi di tutta l’impresa, arrogandosi un predominio assoluto e calpestando gli interessi di tutti gli altri soci e dei risparmiatori”. Ma, di chi sta parlando? E poco dopo: “Si sono evidenziati i rischi di quella tendenza che ha contraddistinto negli anni recenti un certo capitalismo di stampo anglosassone, dominato dall’imperativo categorico della ‘creazione di valore per gli azionisti’ (discorsi già sentiti anche da queste parti, mi pare…): una creazione di valore da conseguire nel minor tempo possibile e sacrificando tutto ciò che possa ad esso frapporsi”. Obiettivo che può “indurre i manager a privilegiare risultati di brevissimo periodo, non compatibili con quelli di una crescita sostenibile dell’impresa”.
Signor Presidente, qualunque pagina io legga, è tutto un crescendo. Per finire: “per quanto riguarda l’etica individuale credo che ognuno di noi possa testimoniare, in base alla propria esperienza, lo spazio di discrezionalità che nelle scelte economiche è lasciato alla responsabilità del singolo operatore e all’ispirazione della sua coscienza. Se ogni operatore è tenuto ad osservare le regole giuridiche e professionali che guidano la vita democratica e quella economica, il credente non può accontentarsi del rispetto di tali regole. Anche nell’agire economico a lui è richiesto qualcosa di più: un supplemento di generosità, di impegno morale e di attenzione alle ragioni degli altri. Soprattutto nelle scelte che mettono in gioco il rispetto della dignità umana, la quale è il principio fondamentale da cui derivano i valori democratici – e insieme cristiani – della libertà e dell’uguaglianza”.
Ed è proprio fulminante – come Lei dice - la battuta di Emanuele Severino: “il capitalismo predica male quando pone sullo stesso piano efficienza e solidarietà; ma razzola bene perché in cima pone l’efficienza e in subordine la solidarietà”.
Il Suo libro, da un lato, ed i Suoi comportamenti, dall’altro, sono un perfetto concentrato di questa battuta, sempre ammantato di cristiano candore. Purtroppo per noi questa non è però solo una battuta. Si ricordi del verso di Marco Anneo Lucano: “La causa dei vincitori piacque agli dèi, quella degli sconfitti a Catone” (all’onesto Catone Uticense!).
Per concludere, il Suo A.D. non è stato poi così bravo in quell’intervista; perché ha copiato, ed ha copiato due volte dal suo maestro: nel predicare e nel razzolare.
Questa è la statura morale, questo è lo spessore etico di chi governa Banca Intesa.
Quando anche i pigmei gettano un’ombra così lunga, dobbiamo essere vicini al tramonto.
E’ proprio vero, sembra siano in circolazione molti, troppi “sepolcri imbiancati”: ma questa è un’altra storia, Signor Presidente.

20 aprile 2006.
Alessandro Buffardi.