Milano - Il Palazzo della Ragioneria Municipale
Da una pubblicazione del Comune di Milano

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Sin dalle origini la Banca Commerciale instillava nei propri collaboratori la convinzione che doveva operare con senso etico sia per quanto atteneva alla clientela dei privati e delle imprese, sia per la convinzione delle responsabilità che il ceto bancario, possidente e imprenditoriale doveva assumersi nei confronti dell'interesse generale del Paese: ancora oggi si torna a studiar la Banca come "vivaio", o "luogo di formazione" della classe dirigente. I fondatori Otto Joel e Federico Weil, di origine tedesca, e il loro successore, Giuseppe Toeplitz, polacco di nascita, optarono tutti per la cittadinanza italiana e parteciparono, con determinazione e amore, ai disegni di sviluppo dell'economia del Paese d'adozione, sempre abbinando le prospettive di successo della Banca alla crescita dell'economia italiana. L'"italianizzazione" del capitale e degli organi di governance era già un fatto compiuto nel 1912 e la guerra smantellò le residue posizioni delle banche estere.

La prima sede della Comit, Palazzo Rosso, si rivelò ben presto inadeguato alle necessità di lavoro della Banca Commerciale, che iniziò varie ricerche per trovare una nuova sistemazione. Nel dotarsi di un monumentale edificio per la sede centrale, il Credito Italiano aveva preceduto la Comit, costruendo tra il 1901 e il 1902, sotto la direzione dell'architetto Luigi Broggi, il suo palazzo (oggi UniCredit) al Cordusio, nella "piazza ellittica" destinata a diventare il centro finanziario di Milano (per la compresenza delle sedi delle Assicurazioni Generali, della Borsa e, nelle immediate vicinanze, della Banca d'Italia)10.

La Banca Commerciale, effettuati alcuni tentativi per conquistarsi un'area nella stessa zona, aveva poi insistito su una metodica politica di acquisti di porzioni immobiliari in piazza della Scala, sia adiacenti al Palazzo Rosso sia sul lato antistante. Già il 22 marzo 1898 il Comitato Locale della Banca aveva scartato l'idea di ricostruire lo stabile sull'area del Palazzo Rosso, non solo per il notevole costo di riadattamento delle due case adiacenti ma anche per l'impossibilità di spostare altrove la Sede per almeno un biennio mantenendo la continuità e la sicurezza dei servizi alla clientela. Nel 1905 la Banca Commerciale aveva potuto comperare vari edifici privati anche sul lato antistante della piazza, fino all'angolo con la via Manzoni", e pensò di riedificarvi un palazzo che fosse in grado di soddisfare le esigenze della "Sede centrale".

L'inaugurazione del primo palazzo, avvenuta il 20 novembre 1911, ebbe una notevole risonanza sugli organi di stampa. Tra

gli articoli giornalistici va segnalato, per l'importanza dei contenuti e per le accurate fotografie, il numero monografico de "L'Avvenimento Illustrato", La nuova sede della Banca Commerciale Italiana.

Ancora nel 1911 la Banca riuscì a mettere a segno un ampliamento del possesso immobiliare sul lato di via Manzoni, in corrispondenza dei numeri 6 e 8 (Palazzo Brentani - Greppi); si trattava di uffici di proprietà del Comune di Milano, già sede della Banca Nazionale del Regno, poi Banca d'Italia.

Il Nuovo Palazzo della Banca Commerciale, commissionato a Luca Beltrami nel 1919, fu edificato tra il 1923 e il 1927 e comportò un'ulteriore scomparsa di botteghe e di caffé, compensata dal decoro e dal prestigio istituzionale che ancor oggi la piazza conserva.

La data ufficiale di insediamento della Direzione Centrale della Banca Commerciale Italiana nel Nuovo Palazzo è il 5 dicembre 1927. Un pepato commento apparve a due colonne, il giorno di Natale del 1927, nella cronaca cittadina del quotidiano "Il Sole", allora diretto da Achille Bersellini:

"Da qualche settimana gli Uffici della Direzione Generale della Ban¬ca Commerciale Italiana, che con i suoi Amministratori e Dirigenti e il mezzo migliaio di funzionari [...] funzionano nel fasto del novissi¬mo palazzo che sorto pur da disegno del Beltrami su appetitissima area di circa un migliaio di mq., [...] costituisce con esso l'opposto lato del¬la piazza stessa, e giustifica la spesa occorsa di una ventina di milio¬ni, doppia in confronto di quello che costò l'altra mole edilizia che lo fronteggia più superbamente". 

Nell'immediato dopoguerra, la Banca Commerciale si trovava in condizioni buone per le varie opportunità di affari offerte dal periodo bellico: i finanziamenti connessi alle produzioni di guerra, la sottoscrizione dei prestiti pubblici, il rimpatrio dei pacchetti azionari posseduti da soggetti esteri, i movimenti di capitali a breve e dei cambi, e soprattutto le sistemazioni societarie e i progetti di fusioni tra imprese, che ne accentuavano la natura di banca d'affari.

L'inflazione e i sovraprofitti di guerra determinarono una crescita dei livelli di attività; caratteristica peculiare del periodo furono gli acquisti, da parte di grandi gruppi industriali, di pacchetti azionari di banche e imprese. Per difendersi da scalate ostili, le banche blindarono in società finanziarie la maggioranza del loro capitale, ma pagarono l'autonomia a un prezzo molto elevato: il possesso della maggioranza del capitale proprio".

L'aumentato numero di transazioni aveva comportato un rigonfiamento degli organici: i dipendenti della Banca erano aumentati da 2947 a 4850 tra il 1914 e il 1919. La Banca Commerciale, al pari degli altri enti pubblici e privati del tempo (tra cui anche il Comune di Milano), conobbe nel dopoguerra un ulteriore incremento del personale, fino al picco di 7554 unità dell'agosto 1928. Se prima della guerra (1913), con una rete di 46 filiali e con le prime dipendenze all'estero, la Direzione Centrale era riuscita ad operare con 28 funzionari e 56 impiegati, nel 1921, con circa 75 filiali italiane e con le banche affiliate all'estero, gli uffici centrali e i dipendenti erano triplicati e nel 1931 risultavano addirittura quintuplicati.

Il 27 febbraio 1919 la Direzione Centrale comunicava al Consiglio di Amministrazione l'intento di procedere alla demolizione del Palazzo Rosso e dei vecchi stabili contigui per costruire un nuovo palazzo direzionale.

In quanto banca capogruppo di imprese, l'Istituto di piazza della Scala si trovò esposto nelle "guerre parallele" dei gruppi industriali elettrici e la sua supremazia venne progressivamente contrastata. Alcune alleanze di vecchia data, come quella con il ministro delle Finanze Giuseppe Vol¬pi, esponente del "gruppo veneto" e creatore della zona industriale del porto di Marghera, si rivelarono infide (e non bastarono ad evitare al Paese la deflazione della lira fino a Quota 90 nel 1926). Altre imprudenze peggiorarono la delicata situazione di tesoreria della Banca per cui nell'autunno 1931, dopo la svalutazione della sterlina, fu richiesto il salvataggio dello Stato. 

Quattro mesi dopo l'inaugurazione del Nuovo Palazzo, la Comit fu autorizzata dal Comune a costruire un "cunicolo" sotto piazza della Scala, al fine di collegare tra loro i suoi due edifici.

Ottenuta anche la concessione del cunicolo, quali motivi indussero la Banca Commerciale Italiana, pochi anni dopo il trasferimento nel Nuovo Palazzo, alla decisione di venderlo? E come e perché il Comune di Milano si persuase (o venne persuaso) ad accettare l'offerta della ditta proprietaria?

Da parte della Banca Commerciale, il salvataggio effettuato dallo Stato nel 1931 aveva innescato un processo di razionalizzazione interna, non solo per introdurre semplificazioni amministrative ma anche per preparare la conversione dell'Istituto da banca mista a banca di credito ordinario. La meccanizzazione della contabilità (iniziata nel 1926 e conclusasi alla metà degli anni Trenta) comportò una "disoccupazione tecnologica" che andò a sommarsi alle riduzioni degli organici previste nell'ambito della riorganizzazione. Giovanni Malagodi, artefice del nuovo corso al fianco di Raffaele Mattioli, stimò che il taglio complessivo aveva interessato tra il 1932 e il 1935 il 30% del personale,  

Questo drastico cambiamento rendeva senz'altro superfluo il Nuovo Palazzo della Direzione Centrale, con i suoi 110 locali "utilizzabili per uffici", distribuiti nei vari piani per una superficie complessiva di 3800 mq71.  Nel 1935 terminò la ristrutturazione interna del Palazzo di piazza della Scala 6, commissionata da Mattioli all'architetto de Finetti.

A quell'epoca la Banca Commerciale aveva in essere una delicata pendenza con il Comune di Milano, che il 29 ottobre 1935 le aveva confermato per iscritto l'esproprio per pubblica utilità, e intimato l'immediata demolizione, di uno stabile ubicato in via Carlo Alberto 19 (l'odierna via Mazzini, all'angolo con via Cappellari), pervenuto alla Banca già soggetto ad esproprio a saldo di una ben maggiore posizione debitoria a carico della Società Anonima Quartieri Duomo in liquidazione. Contro la notifica per la demolizione la Comit aveva presentato ricorso, allegando una perizia tecnica dell'ingegner Arturo Danusso, che contestava lo stato pericolante dell'immobile. La Banca era così riuscita ad evitarne l'immediata demolizione, ma il Comune aveva negato il rinnovo delle licenze d'esercizio agli affittuari dei negozi, "sterilizzando" il reddito fiscale della casa.

L'offerta presentata ufficiosamente dal Comune si aggirava intorno ai 4,5-5 milioni, mentre la stima effettuata dalla Banca, sulla base della capitalizzazione dell'imponibile, dava, con due diversi metodi di valutazione, 7,3 e 7,1 milioni di lire. La pendenza verrà risolta, contestualmente alla vendita del Nuovo Palazzo, in un unico rogito, nel quale furono pattuiti il prezzo di L. 5.157.287 (con pagamento suddiviso in tre rate al 31 marzo 1938, 1939 e 1940) per lo stabile di via Car¬lo Alberto 19, e il prezzo di L. 22.125.828 (comprendente un milione di lire per mobili, arredi e impianti) per il Nuovo Palazzo di piazza della Scala 3, pari a un totale complessivo di L. 27.283.11575. 

Il Comune aveva un cronico bisogno di locali per uffici, "in rapporto alle esigenze che si sono andate negli anni scorsi accrescendo per l'aumentata popolazione e per il conseguente sviluppo dei servizi comunali.

La notizia della conclusione dell'accordo per l'acquisto del Nuovo Palazzo Comit da parte del Comune - avvenuta il 1° maggio 1937 tra Mattioli e la Podesteria - trapelò in primo luogo sul "Popolo d'Italia" del 26 maggio. 

 Decisivo, ai fini della conclusione dell'accordo, fu il piano dei pagamenti concordato con Raffaele Mattioli, "in 13 rate annuali, a partire dal 1940, corrispondenti a 15 anni a partire dalla data di occupazione del palazzo stesso" (avvenuta il 1° aprile 1938); al rogito si arriverà il 19 dicembre 1938. Gli interessi incorporati nelle rate erano del 4%.

Al momento delle trattative per l'acquisto era podestà di Milano l'avvocato Guido Pesenti, un ex componente del Collegio Sindacale della Banca Commerciale Italiana, rimasto in carica dal 25 marzo 1933 al 12 marzo 1934, proprio all'inizio, quindi, della nuova gestione, e aveva rassegnato le dimissioni dall'incarico il 12 marzo 1934, "in quanto le sue occupazioni professionali gli impedivano di attendere in futuro all'ufficio con la dovuta diligenza"83.

Uomini-cerniera in questi delicati equilibri furono il presidente Ettore Conti, che conosceva il Pesenti85 e l'ingegner

Giorgio Di Veroli, capo della Segreteria Industriale della Banca Commerciale, divenuto poi direttore generale della Sofindit

Fu  durante la Podesteria di Gallarati Scotti, rimasto in carica fino al 1942, che ebbe luogo, il 19 dicembre 1938, l'atto di compravendita del Nuovo Palazzo Comit, sottoscritto, per conto del Comune di Milano, dal vicepodestà ingegner Giovanni Viani. Il 29 dicembre 1938 l'atto fu reso "esecutorio" dalla Prefettura della Provincia di Milano.

L'inventario del Palazzo mostrava l'opulenza degli arre¬di e delle decorazioni, nonché l'ottimo stato di manutenzione dell'edificio. Come emerge dai saggi di Amedeo Bellini e di Ornella Selvafolta e dal dialogo tra i corredi fotografici d'epoca e quelli attuali, la gestione saggiamente conservativa della Ragioneria Municipale ci consente oggi, non senza emozione, di ritrovare quasi intatta l'atmosfera delle sale, dei corridoi, degli scaloni di quella che fu, tra gli anni venti e trenta, un'autorevole 'sacrestia del capitalismo'.