La pietra
levitante (Sangregorio, Corgnati, Cattaneo)
a cura di Alfredo Izeta
Tra le mie carte ho ritrovato un volume nel quale poesie ed immagini vengono in qualche modo correlate. Mi è sembrato interessante riprodurre tutte le liriche ed una parte delle fotografie ad esse riferite.
| Giancarlo Sangregorio ci sorprende, «Ma a quale fine» leggiamo nei suoi appunti «se non c'è un traguardo metafisico, c'è però l'espressione in libertà in un nuovo spazio immaginario. E poi la storia, l'incontro nell'attimo fuggente: devono tornare in gioco anche in tutta coerenza con l'unità di tempo e di spazio». Comincia così, all'insegna forse dell'incertezza, della non soddisfazione mia anche della volontà di ricerca, lo strano cammino che ha portato alla realizzazione di questo libro. «La pietra lievitante non è in realtà realizzabile» comincia pessimisticamente Sangregorio «se non nel senso o nel corso della sua ricerca. Se nella sua interezza fisica non la potremo incontrare, non per questo iI suo significato sarà meno presente». Estraggo tracce da un piccolo tesoro di appunti e osservazioni raccolti dall'artista nei primi mesi del 1999, in una fase che potremmo definire di "avvicinamento" o forse di "corteggiamento" e al tempo stesso di relativa chiarificazione da parte di Sangregorio a proposito del suo oggetto d'affezione e d'attenzione. La pietra lievitante è un significato e, come tale, s'apparenta ancora e si congiunge al lungo corso dei suo fare dì scultore; che essendo un fare vero, da vero scultore, contiene inevitabilmente qualcosa di titanico, di serissimo, di importante malgré lui, la sua gentilezza. Ma la pietra lievitante è anche, già, un programma, una possibile dimensione estetica e responsabilmente (perché Giancarlo Sangregorio è persona responsabile) conoscitiva. «Oggi non si parla più di "libertà d'espressione", ampiamente concessa, ma di distinguerla da "velleità di espressione". L'oggetto arte appartiene ormai al nuovo spazio/tempo (del nostro momento) compiendo un'avventurosa migrazione nello sconosciuto sorretta dalla fede di chi agisce in questo senso. Esemplificando: esiste questa volontà creatrice che diviene il fulcro che convoglia l'infinita, potente lama della luce sul più compatto del pesi terreni. Lo svelle dal suo "buco nero" liberandolo nel nuovo spazio. Braccio/fulcro/leva, fusione di luce e materia, non illuminazione di superfici (materia - luce non luce che si posa sulla materia) . Parlo del più compatto dei pesi perché con la leggerezza sì evita di affrontare l'impresa nella sua totalità: inoltre scultura non facit saltus è un passaggio obbligato: il mezzo è il messaggio. Altre forze in natura sono state usate da alcuni artisti con analoghe intenzioni. Qui sì può entrare nel vivo, valutando quanto è stato tentato o raggiunto o è ancora nell'aria verso questa meta». Allora cominciamo ad avvicinarci: i punti di riferimento tradizionali non s'incontrano più, i criteri d'orientamento si trovano tutti divelti, la strada di casa è perduta in una spazio-temporalità dì conio nuovissimo che svelle le nostre abitudini e finanche il nostro adattamento bio- e fisiologico. In questa nuova situazione, la sensorialità così come sì è venuta organizzando nei millenni non ci è più di molto aiuto. Altre sfide percettive ed esistenziali si preparano al corpo dell'uomo: (per esem¬pio) respirare fuori dall'atmosfera o nello spazio liquido; spostarsi ad incalcolabile velocità lungo circuiti elettronici; affidare la parola non alle comuni onde sonore ma a strati di etere; toccare, accarezzare l'oggetto assente. E poi volare, lievitare, cioè, al tempo stesso, accogliere ciò che vola, che lievita. Vecchio sogno, vecchia utopia fra scienze meccaniche e letteratura. Ma Giancarlo Sangregorio, da persona seria e pragmatica, va oltre a questo stadio, in fondo velleitario o incurabilmente nostalgico, e porta la lievitazione (fatto, simbolo e idea) direttamente al cuore del suo fare. «E' la presa di coscienza di una condizione da sempre esistita nell'arte. A grandi intervalli essa emerge per fede e opera dì gruppi o di singoli artisti (artefici): cercala nelle grandi sculture megalitiche e altrove». Cadere nell'equivoco, però, è sin troppo facile. il ricettario che comprende "già fatta" la formula giusta per la pietra lievitante non lo si trova né nelle più alte proposizioni arcaiche legate a culti, a rituali o a sistemi religiosi né in uno stile qualsivoglia. Soltanto occasionalmente, quasi per incidente, accade di centrare il punto, di avvertire con suprema pienezza, addirittura con angoscia, l'essenza della contraddizione fra la materia e l'energia, fra l'entropia, l'Inerzia terrestre e la tensione aerea, lo sforzo di una dilatazione antagonista verso l'impossibile; e di restituirla in forme significanti e strutture significate aderenti alle istanze più autentiche, più radicali e più fondanti del proprio tempo e non di qualsiasi preconcetto pret-à-porter e come tale, disgraziatamente, insignificante. Soltanto a queste condizioni la pietra lievitante, questa metafora che abbiamo deciso di utilizzare, può configurarsi effettivamente come un problema artistico, un problema espressivo, un problema umano. Forse Giancarlo Sangregorio può sembrarci un po' approssimativo a proposito del monoteismo dell'VIII dinastia (anche se i germi c'erano tutti, come Akenathon ben dimostra) e anche della permanenza nel deserto. Ma quello che conta è il principio di necessità, questa misteriosa faccenda che sembra di poter rinvenire, sempre uguale e sempre diversa, a migliaia di chilometri di distanza, in relazione alle circostanze, alla visione del mondo, allo sviluppo tecnologico, al modo di amare, di sentire, della civiltà da cui è scaturita. Così, dunque, comincia questo viaggio. Occupandosi della pietra lievitante come problema inerente al proprio itinerario di scultore, Sangregorio si accorge di come il metodo, o i metodi consueti, di come lo stesso dire "scultura" non faccia, per il momento, al caso suo. Si rivolge ad un pittore, a Paul Cezanne, in base al ricordo di una lettera indirizzata da quest'ultimo a Emile Bernard (1904). Da Arles, Cezanne annuncia l'avvento di pochi elementi semplici, di veri e propri prototipi della forma capaci di inquadrare morfologicamente la natura intera, di comporre e determinare io spazio (o almeno, certamente, quello delle sue tele): sfera, cono, cilindro. «Trattare la natura secondo il cilindro, la sfera, il cono, il tutto posto in prospettiva, in modo che ogni lato di un oggetto o di un piano sì diriga verso un punto centrale. Le linee parallele all'orizzonte danno l'estensione, cioè una sezione della natura, o, se preferite, dello spettacolo che il Pater Omnipotens Aeterne Deus dispiega davanti ai nostri occhi. Le linee perpendicolari a questo orizzonte danno la profondità». Ma, attenzione, non si tratta di un ripensamento sulla geometria, si tratta dell'anelito, della tensione, della volontà a ricomporre, a rideterminare lo spazio a partire da qualcosa che scardini le regole, che sì dia davvero come atto non evolutivo, quindi circoscritto, logico ed inquadrabile, ma come alterazione radicale, salto nel vuoto di un'esperienza differente tanto da non poterla più nemmeno chiamare scultura; ma che della scultura si faccia carico, ne riassuma impegno, utopia, significati, serietà. E questo, in fondo, per potersi sedere nuovamente al tavolo col mondo e giocare, per così dire, un'altra partita, le cui regole, com'è naturale, non hanno più niente a che vedere con quelle già stabilite ed applicate le volte precedenti. Per far questo, Giancarlo Sangregorio si rivolge alle montagne che ha sempre percorso, per vedere che ne è stato di loro: ma non sono loro che cerca. La montagna gli offre lo spaesamento, non il contesto (o, peggio ancora, la natura), come avrebbe voluto un land artist, ma il luogo, e non il luogo ricco di possibilità operative ma un luogo che non si lasci circostanziare in un paesaggio ma dai paesaggio subito si affranchi in un sistematico detournement che mette in luce, che rivela la benché minima incongruenza delle moltissime insinuate e disperse da Sangregorio. Tentativamente. La montagna, poi, è già scultura ed è testimonianza, la più eloquente, del tempo e della storia, pietrificata della geologia. I suoi strati generosamente conservano già la forma e una memoria della terra come non è più, come se fosse ancora, trasformata secondo codici estranei alla vita della crosta terrestre. Sulle piste dei fossili, Sangregorio incontra montagne modellate geometricamente da un nuovo volere, monumenti effimeri, d'immensità soverchiante, fatti duttili come il burro. Cave e altro. A questo punto cerca dei complici che, forse in maniera non sempre adeguata, almeno per quanto mi riguarda, accettassero di seguirlo, di condividere con lui la parte di capitani d'avventura. La fotografia, nel doppio ruolo di testimone e di creatrice di cose che in realtà non ci sono o potrebbero non esserci, custode dì apparenze più vere della verità; e la parola, di volta in volta fatta intralcio, spunto formale, significato accessorio o indispensabile, guida, anche, di un itinerario che si è snodato attraverso sabbie alluvionali. Pitture rupestri materializzate e decomposte fra le rocce, cime aspre e selvatiche, covo di vita animale e di antico dimorfismo sessuale, regno intermedio di contatti e impreviste dissociazioni di materia e forma fatta sintomo; ed, infine, la sublimazione della ragion pura che torna a farsi platea spalancata sull'incomprensibile. Sull'alterità dove l'infinito futuro e l'infinitamente passato convergono in un istante solo. Martina Corgnati |





