La Galleria Alberoni di Piacenza
Come si è salvata la collezione artistica del Cardinale Alberoni
 


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Il cardinale Giulio Alberoni, nato a Piacenza il 21 maggio 1664 nel «Cantone Stoppo» (ora cantone Alberoni), vicino a San Nazzaro, e morto nel suo palazzo di Piacenza, presso San Savino (ora via Alberoni, n. 20) il 26 giugno 1752, pochi mesi dopo l'apertura del suo Collegio (1751), impose per testamento l'alienazione della sua collezione romana forse non per far soldi da reinvestire in fondi ma per le difficoltà del trasporto a Piacenza; infatti non volle che fossero vendute le cose d'arte custodite nel palazzo di Piacenza, ma che fossero divise fra il suo aiutante di camera, Adamo Visai, e il Collegio.
Rimasta invenduta la maggior parte delle opere d'arte «romane» e dovendo essere liberati il palazzo e la villa nei quali erano conservate, gli esecutori testamentari le fecero portare tutte a Piacenza (siamo nell'estate del 1761), forse in attesa, scrive Giovanni Felice Rossi1, «di migliore occasione di venderle con più profitto».
Erano 18 arazzi (tutti quelli che possedeva) e almeno un centinaio di quadri, che furono «collocati, in Collegio, nel-l'appartementino in faccia alla tribuna dell'organo», nella sala di ricevimento, nell'aula magna, «nella Capella degli Ordinandi e nella Camera accanto ai cancelli de Teologi che cori-sponde alla terrazza». Gli arazzi, arrotolati in guardaroba, servirono per addobbi in occasione di feste.
Buona parte dei quadri restò a lungo dove fu posta allora (fu lì che li videro il Carasi [1780], lo Scarabelli [1841] e il Buttafuoco [1842])2, ma alcuni ornarono altri appartamenti.
Tra Sette e Ottocento qualche dipinto, anche importante, andò perduto (in più di un caso non si sa con precisione né quando né come).
Il San Rocco dello Spagnoletto, che il Carasi ricorda nella prima cappella a destra della chiesa di San Lazzaro, trasferito in Francia per ordine del Moreau, amministratore generale degli stati di Parma e di Piacenza in epoca napoleonica, è perduto o disperso, come un Bacco attribuito a Caravaggio, una tavoletta «con alcune donne che suonano e cantano», e un «altro quadro picciolo in tavola, originale del Tenier rappresentante caricature».

L'anno dopo, esaurite le riserve, per non essere costretti a chiudere il Collegio, i Missionari (che l'amministravano) vendettero altri argenti che «non erano di tutta necessità». «Se furono risparmiati nel 1796, si può pensare, osserva Gian Felice Rossi, che questi erano più preziosi di quelli fusi per i Francesi. Forse vi fu compreso anche il Trono solenne per l'esposizione del SS.mo, già privato — l'anno prima — dei due angeli che sostenevano la corona».
«Alla fine dell'Ottocento, continua il Rossi, l'aula magna e l'appartamento che diciamo del Cardinale contenevano i migliori pezzi della raccolta».
Don Stefano Bersani, parroco di San Lazzaro e autore di una «Storia del Cardinale Giulio Alberoni» e di «Memorie storiche sulla origine e vicende del Collegio Alberoni» (Piacenza 1884), aveva trasformato l'appartamento in Museo e archivio e aveva raccolto in Collegio e nella provincia di Piacenza mobili, ritratti, carte e lettere del Cardinale. Il Bour-geois ricorda che ai visitatori, assai rari, verso il 1890 si mostravano nelle due camere «del Cardinale» «les débris de sa galerie de tableaux, une admirable Vierge de Cranach entre autres, et des portraits d'Elisabeth et de Philippe V»3.
«Nel 1903, costituendosi a Piacenza il Museo Civico, il Collegio Alberoni vi depositò 25 dipinti e 14 arazzi, ritirando poi tutto il 6 settembre 1929, quando il Collegio pensò di costituire una propria Galleria con ciò che era appartenuto al Cardinale Fondatore».
La minaccia del ritiro delle opere, però, era in atto da tempo (dal 1908); e prima, nel 1905, morto il vescovo Giovanni Battista Scalabrini, uno dei più ferventi sostenitori di un Museo Civico a Piacenza (presso l'Istituto Gazzola, in via S. Tomaso), quando s'erano diffusi negli ambienti culturali cittadini incertezza e malcontento, il Consiglio d'Amministrazione dell'Opera Pia Alberoni aveva sollecitato un'ispezione governativa (Regio Commissario il comm. Giovanni Nota), che s'era conclusa con l'invito a vendere tutto il materiale artistico secondo la «precisa volontà manifestata dal Cardinale nel suo testamento», per poter «disporre che il considerevole aumento che ne conseguirebbero le rendite dell'Istituto avesse interamente a essere devoluto ad intendimenti del tutto moderni e civili»
Se la proposta del Regio Commissario fosse stata accolta, la collezione Alberoni sarebbe finita nel nulla, dispersa. Invece, dopo le polemiche senza fine provocate a Piacenza da un articolo di Ugo Ojetti sul «Corriere» (18 settembre 1922) nel quale si denunciava la situazione disastrosa del Museo Civico di Piacenza, morto (17 agosto 1928) il conservatore, Francesco Ghittoni, che del Museo era stato strenuo difensore, Alcide Marina, intelligente e attivo Superiore del Collegio Alberoni, il 6 settembre 1929 ritirò tutto il materiale alberoniano impegnandosi ad esporlo al pubblico nei
locali dismessi dall'Istituto «Pupilli della patria», adiacente al Collegio.
Arazzi e dipinti ritornarono così nella sede naturale, e a conclusione del secondo centenario dell'acquisizione parte del cardinale Alberoni dell'ospedale di San Laz (1732) la Galleria fu aperta al pubblico (aprile 1933), presentata da una guida compilata da mons. Vincenzo Pan (1932 e 1933).
La sistemazione definitiva (almeno nelle intenzioni Consiglio di Amministrazione) fu realizzata solo trent'anni dopo, con la costruzione, su progetto dell'architetto Vittorio Gandolfi, della sede attuale, inaugurata il 21 maggio 1964 nel terzo centenario della nascita del Cardinale (21 maggio 1664).
Il progetto prevedeva lo sviluppo della pinacoteca su piani ai lati nord, est e ovest del salone degli arazzi, un immenso ambiente ideato per accoglierli tutti, i più antichi e preziosi sul lato est, come fondale della «cattedra», in un uditorio singolarissimo sul quale, verso nord, s'affacciano gli stands espositivi (soluzione suggerita dal Museo di Bruxelles).
Problemi gravissimi di climatizzazione, purtroppo, consigliarono ben presto il ritiro in Collegio dei dipinti su tavola che nelle intenzioni dell'architetto non dovevano essere esposti al primo piano verso est, ma al piano terreno verso nord: nelle sale dove invece fu sistemata la biblioteca di storia dell'arte donata dall'architetto Giulio Ulisse Arata.
Dal 1936 al 1987 (salvo qualche non lungo intervallo negli anni quaranta e negli anni sessanta) Giovanni Felice Rossi diresse la Galleria, alla quale donò parecchi dipinti.
 

 

G.M. DELLE PIANE DETTO IL MULINARETTO, Ritratto Cardinale Giulio Alberoni.