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Da due articoli, uno del 94 e l’altro del 96, di Giorgio Ferretti,
per molto tempo appassionato e notoriamente competente
Sovrintendente del patrimonio artistico della Banca Commerciale
Italiana (oltre che Responsabile Generale del Personale,
dell’Organizzazione Esecutiva e degli Immobili), sul tema
Banche/arte e cultura, mi permetto estrarre alcuni passaggi. Che
sono ancora oggi di grande attualità e rivelatori dello speciale ed
irripetibile legame che ha sempre contraddistinto la Comit nel suo
ultra centennale rapporto con l’arte e la cultura in genere.
Giorgio Ferretti:
“Spesso mi si è chiesto perché, parlando della Comit, al nome della
Banca si accompagnano alcune espressioni che fanno riferimento alla
cultura e al mecenatismo “illuminato”. Ed io rispondo spiegandone i
diversi motivi, riconducibili peraltro alla complessa, articolata,
straordinaria personalità di un uomo che ha permeato di sé la storia
e la vita della Comit, per un lungo periodo di tempo: Mattioli.
A lui vorrei rifarmi per illustrare le ragioni per le quali, durante
un certo numero di anni, Comit, cultura e Mattioli sono stati sempre
sinonimi. La Comit ha visto la luce nel 1894, Mattioli nasce l’anno
dopo nel 1895 e mentre la Banca si va strutturando anche
territorialmente dopo il primo insediamento milanese, Mattioli ,
abruzzese di Vasto, cresce e studia in un clima familiare
culturalmente favorevole. Sua nonna era imparentata con Bertrando e
Silvio Spaventa, suo padre amava le lettere ed era un patito del
Guerrazzi. Dopo la laurea nel 1920, presso la Scuola Superiore di
Commercio di Genova , approda a Milano, viene assunto dalla
Associazione Bancaria Italiana con l’incarico di redigere il
periodico ufficiale, la “Rivista Bancaria”, diventa assistente alla
Bocconi e vince il concorso al posto di Segretario generale della
Camera di Commercio di Milano. Nel 1925 entra in Comit, chiamato da
Toeplitz, Amministratore delegato, polacco, di grosse
influenze
ed amicizie nel mondo politico e finanziario italiano e
internazionale. Nel 1934 Toeplitz si ritira e Mattioli lo
sostituisce nell’incarico. E sino al 1972 (nel frattempo era
diventato Presidente della Banca , succedendo ad un altro grande
banchiere umanista, Camillo Giussani), guida le sorti dell’Istituto
attraverso le procelle del fascismo, della seconda guerra mondiale,
della ricostruzione, delle nazionalizzazioni, del terrorismo
brigatista. Muore il 26.7.1973.
Le lunghe giornate di lavoro non gli impedirono di occuparsi di
letteratura e di pittura, di coltivare la poesia e gli amici
artisti. A casa sua, prima in via Bigli , poi in via Manzoni, si
trovavano Bacchelli, Chabod (con il quale ideò e diresse la collana
di “Studi e Ricerche di storia economica italiana nell’età del
Risorgimento”, pubblicata dalla Banca), Flora, Einaudi, gli
architetti De Finetti e Zunini, Boccioni, Zandomeneghi, Semeghini,
Solmi il poeta – da lui posto – pensate! –a capo del Servizio Legale
della Banca, Montale, Longhi, Isella, Contini, Magnani, Segre, le
figlie di Benedetto Croce, Manzù, Gadda, Soldati e tanti altri.
Mattioli era un ottimo conoscitore della letteratura inglese e
tradusse Coleridge e Shakespeare. Ma più di tutti amò gli italiani e
tra questi il Manzoni ( quando lasciò la Banca disse “ora finalmente
potrò scrivere un saggio su Don Ferrante”). Ma in lui l’umanesimo e
le lettere, il culto dell’arte, non erano fini a sé.
Egli fu perciò e divenne anche uomo pratico, d’affari, economista e
banchiere. Eppure quasi a confondere chi gli dava del mecenate,
Mattioli fu letterato, umanista, propulsore di cultura prima che
uomo di banca e di affari, asserendo anzi che dall’umanesimo
derivava la propria competenza tecnica. Fece suo il moto di Stendhal
secondo il quale un buon filosofo può sempre diventare un buon
banchiere.
Da Croce iniziò la collana dei nostri scrittori (“Letteratura
italiana:storia e testi”) che da anni si denomina ormai “Ricciardiana”,
risultando dal rilancio e dal potenziamento della casa editrice
Riccardo Ricciardi. Da Croce ereditò poi il compito di guidare
l’Istituto Italiano di Studi Storici, che per anni ha assolto alla
funzione di perfezionare giovani studiosi di storia e di discipline
umanistiche. Con la casa editrice Electa, assunse l’impegno
straordinario per la pubblicazione di volumi che illustrassero tutte
le raccolte d’arte pubbliche esistenti nella città di Milano. Alla
fine di questa attività di ricerca e di approfondimento, la Comit
sarà l’unica istituzione ad aver documentato tutto il patrimonio
artistico della città in cui è nata.
E così si spiega anche l’istituzione e la valorizzazione del nostro
Archivio Storico che rappresenta uno dei progetti più cari a
Mattioli, il quale per primo si preoccupò a finire degli anni
sessanta, di cominciare con la collaborazione di Leo Valiani e dei
professori Decleva, Rumi e Vigezzi, a raccogliere i documenti
storici della Banca, ad esaminarli e predisporli per la
conservazione ed il migliore uso.
Nel medesimo filone di civiltà intellettuale e culturale si è posto,
nel campo dell’arte, un altro grande uomo della Comit, : Vittorio
Corna (1916 – 1989), capo del Personale della Banca, a lungo in
rapporto con Mattioli non solo per doveri d’ufficio ma anche per
consonanza di interessi e di sensibilità. Viareggino, acuto
collezionista dotato insieme di fiuto e di amore per gli oggetti
della sua ricerca, informatissimo estensore di testi critici, Corna
ha acquistato nel campo dell’arte una notorietà non limitata
all’Italia. Nella Comit di Mattioli vi erano uomini cresciuti con il
suo insegnamento e Corna è stato uno di quelli.
La Banca nei tempi antecedenti e contestuali a quelli di Mattioli,
aveva realizzato, nell’ambito di quel clima culturale di cui egli si
era reso promotore e protagonista, buone acquisizioni in campo
iconografico, sempre nell’alveo del gusto del bello, delle opere di
qualità da esibire nei luoghi di lavoro e di rapporto con l’esterno,
in Italia e all’estero. All’epoca d’anteguerra risalgono gli
acquisti di alcune splendide tele di Caspar Van Wittel (padre del
Vanvitelli), di una straordinaria incisione raffigurante una veduta
della città di Napoli, opera seicentesca del Baratta. Di tavole
della scuola del Francia e del Tintoretto, di molti artisti della
fine ottocento e della prima parte del novecento. Agli anni
cinquanta si deve ascrivere un’altra importante tappa delle raccolte
della Comit: un olio, acquistato da un privato come un’opera della
scuola di Mattia Preti, viene successivamente studiato ed analizzato
du un gruppo di esperti ed attribuito senza ombra di dubbio all’arte
del Caravaggio. Il “Martirio di S. Orsola” è uno degli ultimi
dipinti di Michelangelo Merisi prima della sua morte, dicono oggi
unanimi gli studiosi.
E seguendo un preciso progetto culturale, dai medesimi anni
cinquanta prendono avvio la sistemazione e lo sviluppo del
patrimonio artistico della Banca, secondo una metodologia cara a
Mattioli ma condivisa anche dagli uomini che alla scuola Comit si
erano formati e che ne hanno successivamente raccolto l’eredità non
solo in campo economico e finanziario. Cominciarono a concretizzarsi
le iniziative di Corna per collezionare opere d’arte suddivise per
periodi, correnti, scuole, movimenti, così che, oggi, possiamo dire
che la Comit è in grado di documentare, esponendo i frutti in tutto
il mondo, anche i principali aspetti dell’arte contemporanea
italiana. Oggi le nostre raccolte d’arte spaziano da Fontana agli
Informali, dal Gruppo degli otto agli artisti degli anni Ottanta,
dagli esponenti dell’arte concettuale, dell’arte povera e cinetica a
quelli della Nuova scrittura, dalla Pop agli esponenti del MAC, a
quelli delle più recenti esperienze degli anni Novanta .
E la documentazione dell’arte italiana non è destinata ad esaurirsi
perché la Banca si è data un “progetto arte” che vuole essere anche
propulsiva, secondo gli insegnamenti di Mattioli, della cultura, dai
giovani artisti pittori e scultori a quelli che operano nel campo
della letteratura, della poesia, della musica.. Mirando agli
interventi per “sviluppare cultura”, nella convinzione che cultura è
civiltà, che senso estetico è anche senso etico.
Come si vede c’era un ottimo ufficio sviluppo per acquisire e
mantenere clientela e c’era anche un prestigioso ufficio per lo
sviluppo della cultura (A.M.)
Il fine che ci ha mosso e che ci muove è costituito dal tipo di
mentalità, di cultura, di sensibilità che i nostri predecessori alla
Comit hanno avuto in questo campo. Noi siamo stati abituati a
pensare che il senso estetico sia molto vicini al senso etico
(ovviamente in ogni contesto ci sono eccezioni), siamo abituati a
ritenere che per sapere come dobbiamo contenerci nel presente ed
orientarci nel futuro, dobbiamo conoscere molto bene da dove veniamo
e chi siamo, esercitando sempre un senso critico e costruttivo.
Questo tipo di mentalità favorisce l’approccio ai problemi in
termini progettuali. Noi non vogliamo raccogliere opere d’arte per
tesaurizzare o per possedere il pezzo di pregio assoluto. Noi
abbiamo varato un “Progetto arte” che tende a sistematizzare le
raccolte sino ad ora acquisite e che prevede la pubblicazione, per
ogni raccolta, di un catalogo che analizza e approfondisce le
singole opere d’arte. Il nostro progetto è quello di arricchire,
quando è possibile, le raccolte esistenti, di proseguire a dare
spazio ai giovani. (1996)
Queste le parole pronunciate da un illustre personaggio dopo la
morte di Mattioli: parole che ben sintetizzano il binomio
Comit-cultura:
“solo una superficiale concezione può ritenere che un vero banchiere
– come fu Mattioli – abbia a non essere, in ogni senso e in ogni
modo, un uomo del suo tempo, aperto ai grandi problemi culturali e
sociali dell’epoca in sui vive e opera. Tali furono i grandi
banchieri del passato e , dopo di loro, sempre e ovunque, i
banchieri veramente grandi. E del resto lo stesso Mattioli,
commemorando il suo predecessore Camillo Giussani, indugiò a
ricordarne l’amore per le lettere latine, per i grandi scrittori
romani. Ed osservò con parole che possono senz’altro essere riferite
a lui stesso: “la fiamma segreta del suo umanesimo era un
imperativo etico che veramente come ogni serio imperativo –
costituiva un “a priori” di ogni sua espressione e attività”.
Non v’è motivo di dubitare che a questi valori ci si dovrebbe in
generale richiamare ed ispirare specie oggi, in cui ogni cosa sembra
deteriorarsi – per l’acredine dell’avidità, della mediocrità e, in
qualche caso di una vera e propria barbarie.
Tale è stata ad esempio la vendita per qualche pugno di euro di
rivalutazione della casa della madre di Lorenzo il Magnifico, del
chiostro del Michelozzo, del Papa Leone XI, degli affreschi del
Ciampelli, della loggetta del Cingoli, della prima rappresentazione
mondiale del melodramma: Palazzo Tornabuoni a Firenze già
prestigiosa sede della Filiale. (A.M.)
Dal semiologo russo Lotman : “ una società senza arte, senza
umanesimo, senza cultura, non è una società civile; quando diciamo
che dell’arte, dell’umanesimo, della cultura si può fare a meno,
siamo come un aborigeno che entra in un laboratorio di fisica ,
prende in mano un sofiticato apparecchio e dice: che bello se
potessimo usarlo come un’ascia. Se chiudiamo una biblioteca o un
museo, chiudiamo la memoria. Ed è gravissimo perché il passato non
finisce mai, crea sempre nuovi valori.
Crediamo più nell’arte e nella cultura, coltiviamole di più.
E un valore in più che diamo alla nostra vita.
Abbiamo rivisitato il percorso culturale seguito da Giorgio
Ferretti, nel corso della sua lunga e prestigiosa collaborazione in
Comit, per trarne alcune considerazioni finali rapportate ai giorni
nostri.
Le sue considerazioni sulla necessità di coltivare e perseguire il
binomio cultura, ed economia sono profetiche ed attuali: cultura è
civiltà, il senso estetico è anche etico non c’è futuro senza la
memoria del passato.
E invece oggi .. avidità, invidia, barbarie!!
Solo ed esclusivamente il profitto a tutti i costi.
Nessuna considerazione per quel concetto caro a Mattioli del senso
sociale del profitto nel credito. Nessuna attenzione etica ai
meccanismi che regolano all’origine e durante il divenire il pur
indispensabile margine , che il sistema deve perseguire. Poi a
profitto conseguito, via a premi, lauti dividendi e qualche goccia
in pelosa beneficenza, opportunistica e propagandistica cultura.
E’ in questo contesto mercantile, affaristico, di stock options e di
budget ossessivi e improbabili fa, ovviamente, la sua parte da
leone, Banca Intesa, nel cui “pancione obeso” (di utili) è stata
precipitata la nostra Banca.
E così la grande ed illuminata tradizione artistica della Comit, il
suo autentico mecenatismo, la sua reale scuola di formazione e di
solidarietà, che l’Archivio Storico rappresentava sono finiti nel
forzato e confuso “calderone” dell’Archivio a tre ora chiamato
Intesa , con la pretesa di fondere in un indistinguibile unicum
l’anima e lo spirito della Grande Banca Commerciale Italiana. (A.M.)
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