Dopo un secolo di storia (il
centenario della Banca Commerciale Italiana)
Da TEMPOCOMIT n. 11 (Dicembre 1994)

Dalla fondazione a oggi la Banca
Commerciale ha ricalcato la storia d'Italia, partecipando via via delle
glorie e delle vicissitudini del nostro Paese. In "Cent'anni 1894-1994", un
saggio pubblicato in occasione dell'anniversario, Gianni Toniolo, illustre
studioso di storia economica, ripercorre la vicenda dell'Istituto.
Professor Toniolo, qual è stata la "ricetta" della Banca Commerciale
Italiana per confermare, in un percorso lungo un secolo, vincolo con le
radici e la costante apertura ai tempi?
Nei momenti di successo questa banca ha avuto una strategia aziendale
straordinaria che era basata su tre pilastri: forza sul mercato nazionale,
introduzione e perseguimento continuo di innovazioni e competizione
all'estero. Quando questi pilastri si sono incrinati, come è avvenuto nella
seconda metà degli anni Venti, l'Istituto ha subito un graduale processo di
indebolimento. Accanto a questo, va rilevato che vi sono state situazioni
esterne che la Banca ha saputo cogliere. Una delle condizioni per il
successo dell'Istituto è stata la presenza di una forte banca centrale, che
garantiva il credito di ultima istanza, impedendo che la presenza della
banca mista creasse eccessiva instabilità nel mercato finanziario.
Quale aspetto della Comit l'ha interessata di più dal punto di vista
storico?
Lo storico è colpito dal legame fortissimo, quasi una simbiosi, della banca
con la storia dello sviluppo economico italiano.
Si tratta di un istituto
che non solo ha contribuito allo sviluppo industriale del Paese ma ne ha
anche seguito passo per passo le sorti. Per esempio, non si può fare a meno
di rilevare come questa banca abbia incarnato, negli anni Venti e Trenta,
anche alcuni degli aspetti più negativi della nostra storia economica.
Colpisce, infine, come la Comit sia riuscita a imporsi nuovamente come
protagonista, con Raffaele Mattioli, dello sviluppo italiano degli anni
Cinquanta e Sessanta, il cosiddetto grande "miracolo economico". Anche se,
a questo proposito, va ricordato che giustamente Mattioli non voleva mai che
si parlasse di "miracolo economico".
Come mai Mattioli era contrario a tale definizione?
Perché sosteneva che una crescita economica rigogliosa non può avvenire
grazie a miracoli.
Mattioli, intellettuale ed economista, non trovava nulla di miracoloso nel
fatto che un Paese "ritardatario" come l'Italia potesse raggiungere il
livello di Paesi più avanzati, correndo in termini economici più rapidamente
di questi ultimi.
Da un punto di vista personale, invece, che cosa le è rimasto più impresso
durante questa approfondita ricognizione effettuata nella storia della Comit?
Mi ha colpito la grande tradizione culturale della banca, che viene rilevata
anche e soprattutto da molti osservatori stranieri. E questo non vale solo
per il mecenatismo, per la disponibilità tipicamente italiana, che risale ai
Medici, a sostenere e a promuovere le arti. Secondo me c'è di più, c'è una
cultura intrinseca alla banca, che si esprime nella scelta degli edifici in
cui installa le proprie sedi, degli architetti che ne curano il restauro o
la ristrutturazione; che si esprime nel raffinato linguaggio delle relazioni
annuali, in un forte ed efficace Servizio studi che la Comit ha sempre
utilizzato per comprendere ciò che nel mondo è in continua evoluzione.
Il 1994 è l'anno del primo centenario della Comit, che si presenta ora con
nuovi assetti proprietari privati, italiani ed esteri,
e con una più
spiccata libertà operativa, propria della banca universale. A suo giudizio,
quanto inciderà questo nuovo profilo, non solo nel futuro prossimo
dell'Istituto, ma anche nel panorama economico italiano?
Non posso prevedere il futuro. Certamente è interessante osservare come in
cento anni si sia concluso un ciclo: la Comit è nata banca privata e
universale, poi è diventata una holding che ha portato nella seconda metà
degli Anni Venti all'estremo limite della negatività le caratteristiche di
banca mista, quindi è fallita. In conseguenza di ciò è stata trasformata in
banca pubblica, pur mantenendo una fortissima tradizione di individualità. A
cent'anni dalla fondazione si ritrova a essere nuovamente banca privata e
universale.
Credo che continuerà a dare un grande contributo allo sviluppo dell'economia
italiana se si manterrà nel solco della sua tradizione.
Comit banca pubblica per sessant'anni, ma pur sempre con una spiccata
individualità, non le sembra?
Devo rilevare a questo proposito un fenomeno che definisco di "saggezza
concorde". Mai si è potuto dire che l'I.R.I. abbia voluto snaturare la Banca
Commerciale. In questo i poteri pubblici hanno dimostrato grande saggezza.
D'altro lato, la straordinaria personalità di coloro che hanno guidato la
banca dal secondo dopoguerra in poi ha avuto un ruolo determinante nel
garantire questa indipendenza.
Una banca, se è importante, è sempre al centro degli avvenimenti economici e
politici della sua epoca. La Comit questo ruolo lo ha avuto. E stata
comunque sempre esposta anche alle critiche. A suo giudizio, come è riuscita
la banca a mantenere sempre la propria essenziale sobrietà anche sotto la
luce dei riflettori?
Certo, la Comit è stata sempre protagonista. Parliamo di una banca, che
all'epoca dell'entrata in guerra dell'Italia ha avuto una forte valenza
politica nel cercare di promuovere la neutralità del Paese. La Comit è stata
sicuramente una banca di simpatie giolittiane, lontana dagli estremismi
nazionalisti. Non a caso è stata accusata a torto di essere in mano allo
"straniero". Poi nel periodo tra le due guerre mondiali è stata, se non
antifascista, almeno "afascista". Sappiamo che Giuseppe Toeplitz non aveva
mai incontrato Mussolini fino al giorno fatidico dell'ottobre del 1931,
quando dovette chiedergli aiuto per il salvataggio della banca. E poi venne
Mattioli, che salvò e favorì il trasferimento all'estero dei Quaderni di
Gramsci; che quando entrarono in vigore le infami leggi razziali aiutò i
dipendenti di origine ebraica, opponendosi a richieste di licenziamento e
trasferendo gli interessati all'estero. Una banca che, come ho detto, anche
nel secondo dopoguerra mantenne una linea autonoma, in un mondo in cui molte
banche pubbliche erano legate, non solo ai partiti, ma perfino alle
sottocorrenti dei partiti.
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