Dalla banca al museo


 

Presentazione


La Mostra "Dalla Banca al Museo" ha origine nel maggio 1994 quando, inaugurandosi in Roma - presso l'Arciconfraternita dei Bergamaschi in Piazza Colonna - quella mostra "Arte da Bergamo" che costituiva il primo tentativo dell'Accademia Carrara di presentarsi fuori di Bergamo, l'avvocato Cesare Zonca mi propose di replicare in Bergamo l'esperienza di recente sperimentata in Brescia con il deposito ai Musei Civici del Flautista di Gian Gerolamo Savoldo: attingendo dunque al patrimonio artistico del Credito Bergamasco per costituire in Accademia Carrara un fondo in qualche modo vincolato che, salvaguardando i diritti di proprietà costituiti, garantisse tuttavia al Museo - in occasione del suo secondo Centenario di fondazione - un incremento ostensivo reale, e al pubblico la fruizione sia pur temporanea di autentici capolavori d'arte di fatto ignoti ai più, o solo occasionalmente usciti di sede per esposizioni specialistiche.
Nel tepore rilassato della primavera romana, accettai subito la proposta - o la sfida? - per un doppio ordine di considerazioni che solo più avanti ho avuto modo di precisare razionalmente. Da un lato, infatti, mi attirava l'idea di sperimentare in altra forma quella collaborazione col Credito Bergamasco che già aveva portato alla Accademia Carrara - e alla città di Bergamo - frutti cospicui con la realizzazione della Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea, inaugurata nel 1991 nell'ex Monastero delle Dimesse e delle Servite, a fronte dell'Accademia Carrara, restaurato e ristrutturato da Vittorio Gregotti a cura e con il finanziamento del Credito Bergamasco, appunto; dall'altro, conoscevo bene la collezione d'arte dell'Istituto bancario cittadino, e intuivo come ad essa si potesse utilmente attingere non solo per un generico incremento repertoriale dell'Accademia, ma soprattutto per una integrazione mirata e finalizzata, idonea a completare talune situazioni di documentazione ostensiva o addirittura a colmare lacune ed a fornire nuovi sti¬moli culturali, rivelando aspetti dell'arte italiana - Napoli, Genova... - che il fronte ostensivo esistente non riusciva a coprire. E mi allettava infine l'idea che celebrando il suo secondo Centenario di vita l'Accademia Carrara potesse presentarsi con una iniziativa che apparisse segno di piena vitalità ma restando ben confitta nel solco della sua tradizione: che insomma la rivelazione di un rapporto organico - non occasionale e transeunte - tra il Museo e la Banca poteva leggersi come capacità del Museo di interloquire da paritetico protagonista con i nuovi Mecenati dell'età moderna, e d'altra parte l'acquisizione di una collezione di origine privatistica, non di una singola opera, rientrava nella tradizione più caratteristica della nostra Accademia Carrara, sorta duecento anni fa per l'iniziativa di un privato e incrementatasi in duecento anni per il continuo apporto del collezionismo privato.
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In primo luogo la discontinuità del livello qualitativo e della significatività culturale delle opere, ed anche del loro stato di conservazione, imponeva di procedere ad una selezione che non pregiudicasse tuttavia, al pubblico, la conoscenza dell'in-tero patrimonio e dunque la percezione del fenomeno collezionistico nella sua articolazione reale: si è così adottata la for-mula di esporre in Mostra i dipinti ritenuti - oh!, arbitrariamente... - i più importanti o più significativi, ad essi dedicando in catalogo una schedatura scientifica ampia che ne motivasse la scelta.............................
In secondo luogo l'estrema eterogeneità culturale del patrimonio disponibile, spaziante nelle più diverse aree della produzione artistica italiana (e non solo), ha imposto che alla redazione del Catalogo venissero chiamati numerosi specialisti "di settore", generalmente giovani ma di prestigio ormai indiscusso: e mi è grato ringraziare qui ognuno di essi - Roberta Bartoli, Daniele Benati, Silvia Colombo, Roberto Contini, Giorgio Fossaluzza, Francesco Frangi, Camillo Manzitti, Fernando Noris - per la professionalità e la disponibilità dimostrate in questa occasione, sobbarcandosi ricerche difficili e complesse nonostante la limitatezza del tempo. E un grazie tutto particolare va infine a Maria Grazia Recanati, che ha scelto per sé la
faticosa incombenza del coordinamento, ruolo indispensabile e strategico in un'impresa come questa, che alla completezza della informazione e all'esattezza scientifica vuol riunire l'omogeneità della trattazione e della presentazione di opere tan¬to dissimili. Della buona riuscita di una tale operazione, dirà il pubblico.
Parallelamente, non è mia intenzione fornire in questa sede una guida alla visita, e neppure evidenziare taluni valori pittorici più rilevanti e di conseguenza indirizzare alla percezione della valenza culturale complessiva della collezione: sarà la Mostra in sé a fornire gli elementi per ridurre ad unità di sintesi culturale la sequenza dei dipinti. In sede di introduzione, mi è parso invece di maggior momento fornire alcune indicazioni sulla struttura ostensiva della Mostra, che per gran parte prefigura quell'inserimento organico delle opere "in deposito" che diventerà stabile alla chiusura della Mostra stessa: della cui selezione sarà infine opportuno porre in chiaro le motivazioni profonde.
Per ciò che riguarda il percorso ostensivo, realizzato su progetto dell'architetto Attilio Gobbi, la frammentata presenta-

zione delle opere - dislocate sui tre piani della Pinacoteca - non si motiva solo con riferimento alle esigenze di spazio, sempre esiguo in un Museo che attende ancora - fino alla realizzazione del Centro Servizi, prevista per il 1998 - di recuperare l'intera capienza dell'antico edificio neoclassico progettato da Simone Elia (e con essa la possibilità di una più funzionale strutturazione interna): nasce piuttosto da una scelta a suo modo ideologica, dalla volontà cioè di sentire la Mostra, e di farla percepire al pubblico, come un momento di crescita organica del Museo, aperto ad ospitare una collezione esterna confrontandosi con essa in un dibattito di reciproco potenziamento. Una ipotesi di lavoro tanto più significativa in una occasione come l'attuale, ad esordio di quelle manifestazioni centenarie che vogliono essere un momento di rimeditazione del Museo sulla propria storia, che è storia - lo si è già rilevato - di successivi feraci incontri con il collezionismo privato. È in questa logica che la Mostra si apre nel Salone d'onore, ora recuperato alla sua originaria funzione di ingresso monumentale alle Gallerie, che l'allestimento ha trasformato in una sorta di Cappella gentilizia per l'occasionale esigenza di ospitare alcune grandi pale d'altare, ma che si apre a rivelare al pubblico - come in un secondo livello di percezione - gli stucchi e i marmi e le grandi tele dell'assetto abituale, e si snoda poi sullo scalone d'onore e nella grande sala al primo piano, usuale sede di quelle Mostre interne che costituiscono il segno visuale della ricerca del Museo in settori specialistici del suo stesso patrimonio.

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Del primo gruppo di opere, destinate per così dire ad un inserimento morbido, integrativo ma non modificativo, fan parte tre dipinti di altissima qualità pittorica. La Madonna adorante il Bambino, di Francesco Botticini, si inserisce nella Sala II a completare l'eletta documentazione sulla scuola toscana del '400, punto di confluenza tra la nitidezza spaziale fiorentina e la spiritualità assorta dei senesi; la monumentale Assunzione della Vergine si affianca, nella Sala VII, a maestri leonardeschi come il Boltraffio, il Luini, il Solario e lo stesso Gaudenzio Ferrari, e visualizza il versante spettacolare di una linguistica che condizionò la cultura milanese per tutta la prima metà del '500; la cosiddetta Messa di Sant'Apollonio di Gerolamo Romanino restituisce infine all'Accademia Carrara una delle personalità della pittura lombarda che era fin qui poco e mal rappresentata, e confido che la possibilità di un confronto diretto, nella Sala IX, con la produzione sacra del Moretto e di Giovan Battista Moroni giovi a meglio scrutare le radici profonde della Riforma Cattolica, rivelandone la componente emotiva e fantastica, a suo modo irrealistica.
Quanto alla Sala XII, l'intervento allestitivo dell'arch. Gobbi, che resterà a fine Mostra, ha consentito in primo luogo di sciogliere le antiche contraddizioni ostensive, separando infine l'area della natura morta seicentesca, incentrata sul Baschenis, da quella della ritrattistica del Settecento, dominata da Fra Galgano: e confido che, affiancata alla Madonna in estasi di Simon Vouet, consenta di recuperare indirettamente i fili di una cultura che riaffiora in altri dipinti del nostro Museo, nei fiamminghi e nello stesso Baschenis; la fiorente Cleopatra di Gian Andrea De Ferrari apre anch'essa un capitolo nuovo, proiettandoci in quella cultura genovese di ascendenza rubensiana che era finora documentata, e marginalmente, da un solo ritratto di Bernardo Strozzi; le due tele del Pitocchetto, le Maschere e la Santa Maria Maddalena, formano ora gruppo con la celebre Giovinetta con ventaglio, a dare il senso compiuto di certo naturalismo settecentesco di Lombardia, e a velare di pena sottile e profonda una stagione di pittura sociale che, in Bergamo, si manifestava soprattutto nella coloratissima interpretazione, sgargiante e barocca, di Fra Galgano; le due Bambocciate di Enrico Albricci, infine, documentano in Accademia Carrara uno dei più singolari artisti di Bergamo (ben poco significativo era il bozzetto sacro di Giaele e Sisara) ed un genere fantasioso e bizzarro fin qui ignorato, e con una possibilità di lettura simbolica e allusiva che contribuirà, io credo, ad una miglior lettura della componente intellettuale e altamente illuministica della cultura settecentesca lombarda. Queste, in sintesi, le motivazioni di una scelta che ci è stata consentita nella forma più libera, e che si spera possa trovare consensi ed aprire prospettive. Con essa si inaugura ufficialmente l'anno del secondo Centenario di vita dell'Accademia Carrara: che la volontà vitale di un Museo che non intende commemorare sé stesso, né ripiegarsi sul suo pur glorioso passato, trovi occasione di manifestarsi in una inedita integrazione alla cultura cittadina diversamente formatasi, cioè in un rinnovato approccio al suo territorio culturale, è a mio modo di vedere la più seria garanzia di un non indegno futuro.
Francesco Rossi

 

Alcune opere significative

> Domenico Ghirlandaio
>
Girolamo da Carpi

> Gaudenzio Ferrari

> Ludovico Carracci
>
Giovan Battista Carlone

> Giuseppe Bonito
>
Hyacinthe Rigaud