L'Archivio Storico della Banca Commerciale Italiana
A cura di Alfredo Izeta
LA NUOVA SEDE DELL'ARCHIVIO STORICO DELLA BANCA COMMERCIALE
ITALIANA
Gli ambienti che la Banca Commerciale Italiana ha destinato ad accogliere il
proprio Archivio Storico, dopo aver provveduto a un accurato restauro, si
trovano al piano terreno di un palazzo che appartiene alla prima stagione del
Neoclassicismo milanese. Il palazzo è quello che fu edificato dal conte
Antonio Anguissola, fra il 1775 e il 1778, nell'area che aveva ospitato,
all'angolo tra via Manzoni e via Morone, la prima sede dell'ospizio dei
Martinitt (il cui nome derivava dall'oratorio di San Martino annesso
all'ospizio). Autore di questo edificio fu l'architetto ticinese Felice Soave
(1749-1803), ma il palazzo da lui realizzato era stato in larga parte
trasformato quando, nel 1829, i Traversi, subentrando agli Anguissola nella
proprietà dell'immobile, avevano incaricato Luigi Canonica di rifare il corpo
di fabbrica prospettante su via Manzoni, che ancora oggi si conserva e che si
articola attorno a un cortile quadrato. Su uno dei lati di questo cortile si
innesta quello che rimane dell'originaria costruzione del Soave, che tuttavia
mantiene una sua autonomia architettonica.
Essa sì può cogliere perfettamente dalla facciata verso ìl giardino, un
giardino che peraltro reca ancora tracce del tempo in cui vi avevano luogo le
riunioni di Arcadi promosse da don Antonio Anguíssola.
Le poche notizie che ho riferito sono ciò che si conosceva fino ad oggi dì
questo palazzo del Soave-Canonica, notizie che derivano tutte, almeno così mi
sembra, da un passo contenuto nel secondo volume del¬l'opera Milano e il suo
territorio (1844, p. 416):
«Nella corsia del Giardino la casa Anguissola (n.1164) era stata architettata
da Felice Soave, come la Bovara e la Alari; poi divenuta Traversi. Canonica vi
aggiunse la parte verso la corsia del Giardino con facciata magnifica,
rivestita nel pian terreno di granito, e il resto di marmo di Saltrio e pietra
di Viggiù, con lesene corintie e un fregio superiore che alcuno troverà troppo
ricco, massime non avendo larga visuale. Verso il giardino conservasi la
facciata del Soave; lo stanzone dei fiori, disegno di Clerichetti, è de' più
eleganti, e scaldato alla Perkins. Nell'oratorio un bel mosaico rappresenta il
Padre eterno. Magnifico è lo scalone, e gli appartamenti son messi con tutte
le finitezze del lusso moderno».
Insisto sul fatto che questi pochi dati erano gli unici a nostra conoscenza
per sottolineare l'importanza del recupero operato con il restauro degli
ambìentì che ospitano l'Archìvìo Storico della Banca Commerciale. Di tali
ambienti, infatti, non si sapeva nulla, ed è stata quindi per me una grande
sorpresa scoprire che qui si potevano ammirare, perfettamente conservati
(almeno nelle parti significative), alcuni dei più begli esempi della
grandissima, e ancora poco apprezzata, stagione decorativa del primo
Neoclassicismo milanese, quello che ruota attorno alla costruzione del Palazzo
Reale e alla figura dell'architetto Giuseppe Piermarini, nonché alla
fondazione e alla prima attività dell'Accademia di Brera.
Le notizie note sulla vicenda del palazzo potevano far pensare che la
decorazione di questi ambienti potesse risalire al successivo intervento del
Canonica, ma uno sguardo, anche superficiale, alla decorazione di alcuni di
essi non permette di dubitare che ci troviamo di fronte, anche nell'interno, a
realizzazioni decorative contemporanee alla costruzione dell'edificio. Mi
auguro che in futuro la Banca Commerciale voglia estendere questo splendido
recupero alle altre zone di questo corpo di fabbrica, sia perché esso porterà,
prevedibilmente, a scoperte altrettanto importanti, sia perché, attraverso una
visione di insieme, sarà possibile apprezzare pienamente l'impresa del Soave e
dei suoi decoratori, che, nonostante l'altissima qualità delle loro imprese,
rimangono per ora anonimi, anche se è facile formulare delle ipotesi.
Un altro auspicio riguarda una adeguata ricerca archivistica, che potrebbe
senz'altro fornire acquisizioni di rilievo non solo sull'identità de¬gli
artisti ma anche sull'epoca storica cui appartengono. Va ripetuto infatti che
questo periodo, tra i più raffinati e creativi della storia artistica
milanese, resta ancora troppo poco conosciuto e studiato, specie per quanto
riguarda l'edilizia privata.
La visita agli ambienti del nuovo Archivio Storico prenderà le mosse
dall'atrio, un ambiente semicircolare, le cui decorazioni danno la misura, con
la loro povertà, della differenza di gusto e di qualità rispetto a quelle
dell'epoca precedente. Esse sono assegnabili infatti agli anni dell'intervento
del Canonica, come quelle che troviamo nella Sala del Catalogo. In entrambi i
casi si tratta di decorazioni a tempera, sotto le quali sono in più punti
ravvisabili tracce di una pittura precedente.
La stanza che comunica con questa, sulla sinistra, presenta uno dei volti
caratteristici del primo Neoclassicismo, quello che si rifaceva alle allora
recenti scoperte archeologiche di Ercolano e Pompei. Ai dipinti pompeiani sono
infatti ispirate le raffinatissime decorazioni del soffitto e delle pareti:
queste ultime sono realizzate ad olio su una superficie preparata a stucco
lucido. Questo aspetto, assieme alla qualità della pittura, fa pensare che ci
troviamo di fronte a un'opera di Agostino Gerli, singolare figura di
architetto e decoratore, noto per una famosa ascensione con il pallone
aerostatico e per aver riproposto per primo a Milano la tecnica dell'encausto.
Soprattutto, però, è importante per essere annoverato tra ì promotori del
gusto neoclassico a Milano, gusto che aveva appreso a Parigi alla scuola di
Honoré Guibert.
Altri nomi, e tutti ugualmente impegnativi, verranno spontanei nel corso della
visita, e ogni volta dovremo rammaricarci di non conoscere meglio queste
figure di artisti. Così viene naturale pronunciare i nomi
di Giuseppe Levati (1739-1828) e di Martin Knoller (1725-1804) quando
prendiamo in considerazione il salone, l'ambiente più vasto e dalla
decorazione più ricca e complessa di tutto questo piano terreno. Il nome di
Knoller lo metterei in rapporto con la composizione dipinta nell'ovale al
cen¬tro della volta (una Allegoria della Fortuna) e con le divinità femminili
(Cibele, Giunone, Venere e Minerva) dipinte nei quattro tondi agli angoli
della volta, mentre al Levati assegnerei i raffinati monocromi della volta
(quattro grandi riquadri che contengono dei putti) e delle pareti (scene
tratte dalla Storia antica). Tutti gli elementi che compongono il ricco
apparato decorativo di questa sala sono di grande qualità, dallo stucco lucido
delle lesene e delle specchiature in finto marmo, ai rosoni in legno
intagliato e dorato della volta, dal bellissimo fregio in stucco su fondo
azzurro ai piccoli medaglioni marmorei posti alla sommità delle pareti, tra un
capitello e l'altro, legati da festoni dorati. Quest'ultimo elemento
decorativo merita un'attenzione particolare, non solo perché i medaglioni (in
tutto sedici) compongono una raffinata iconografia imperiale (essi contengono
i ritratti, accompagnati da scritte in lettere capitali, dei primi quattordici
imperatori romani, da Giulio Cesare a Traiano),
ma perché due di essi, quelli che si affrontano al centro delle pareti più
lunghe, sono dedicati uno a Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano dal 1395
(questa è infatti la data incisa nel medaglione) al 1402, l'altro a Beatrice
Visconti, «loannis Anguissolae uxor MCCCXCIII». Beatrice Visconti, sorella di
Gian Galeazzo, sposò effettivamente Giovanni Anguissola: questa presenza è per
noi molto importante, perché ci consente di assegnare ragionevolmente la
decorazione del salone all'epoca della primitiva costruzione del palazzo, da
parte del conte Antonio Anguissola. Ai nostri occhi appare un po' ingenua la
volontà di celebrare i fasti della propria famiglia collocando una pur
illustre antenata nell'empireo dei Cesari.
Altri due ambienti rivelano la stessa qualità e la stessa raffinatezza, e per
essi chiamerei in causa in particolare Giocondo Albertolli, per gli stucchi
che ornano la volta del piccolo salotto quadrato, e ancora Albertolli e il
Levati rispettivamente per gli stucchi della volta e per il fregio dipinto
sulle pareti della Sala della Direzione. Nella volta del primo ambiente un
raffinato ricamo di volute vegetali e di creature fantastiche orla quattro
medaglioni, nei quali delle figure mitologiche sono campite su un fondo rosso.
La rievocazione dell'antico tocca qui uno dei vertici del Neoclassicismo
lombardo, se non italiano, sia per la strepitosa bravura nella ripresa dei
modelli, sia per la capacità di ricreare l'impatto emotivo con le
testimonianze di una civiltà vissuta come un modello impareggiabile non solo
dal punto di vista figurativo.
Ancora grifi e altri esseri fantastici compaiono nella volta della Sala della
Direzione, la cui decorazione ruota attorno a un ovale centrale i cui
lacunari, di dimensioni crescenti man mano che si allontanano dal centro,
simulano una cupola. Soprattutto le quattro aquile poste, entro ghirlande,
agli angoli della stanza fanno pensare all'Albertolli, ma tutta l'esecuzione
di questi stucchi è al suo livello, così come il fregio monocromo, dipinto
alla sommità delle pareti, a simulare un bassorilievo continuo con putti
intenti alle attività più svariate, fa pensare a Giuseppe Levati. Anche
l'architettura di questo ambiente, con l'originale soluzione delle porte
angolari comprese tra due colonne corinzie, merita attenzione. Da non
trascurare poi il bellissimo camino, i cui montanti sono formati da due fauni
in marmo bianco. Ritroviamo qui la stessa raffinatezza, e la stessa materia,
che abbiamo ammirato nei medaglioni dei Cesari del salone principale.
Devo ammettere qualche difficoltà di fronte alle rimanenti due sale, nelle cui
decorazioni, pur ugualmente sontuose, non ritrovo la stessa qualità e lo
stesso fascino che esprimono quelle che ho appena descritto. A dire il vero,
per uno di questi ambienti, che chiamerò Sala degli Animali, è non tanto la
qualità della pittura a lasciarmi perplesso, quanto la scelta dei soggetti:
tutta la stanza, entro una fin troppo lussureggiante esibizione di motivi
decorativi classici, mostra una folla sterminata di animali, che occupano
piccoli riquadri posti sulla volta, sulle pareti e perfino sulle porte. Mi
riesce difficile assegnare un simile gusto enciclopedico e illustrativo, privo
di misura e, apparentemente, di senso, alla stessa civiltà artistica che si è
espressa con ben altro equilibrio e con ben altro respiro.
Nel caso invece della Sala Verde (delle Riunioni), la decorazione a stucco
dorato, che ripartisce la volta in sei riquadri, sembra originale, mentre la
decorazione pittorica (sono monocromi che simulano come al solito dei
bassorilievi) che occupa i sei riquadri non è priva di qualche goffaggine, e
ciò la fa apparire più tarda, probabilmente già dei primi decenni
dell'Ottocento. I sei riquadri rappresentano altrettante scene allegoriche: la
presenza di divinità come Apollo, Minerva e Mercurio, e gli oggetti che le
altre figure tengono in mano fanno pensare che nell'insieme il pittore abbia
voluto rappresentare una sorta di Parnaso, popolato dalle Muse e dalle
personificazioni delle Arti.
L'ipotesi che la decorazione pittorica sia più tarda di quella a stucco trova
qualche conferma anche da un dato tecnico, che mi è stato gentilmente
segnalato dalla restauratrice Paola Zanolini: la superficie pittorica attuale
lascia intravedere in molti punti una pittura sottostante, evidentemente più
antica.
Ritengo, concludendo questa breve descrizione, che ci troviamo di fronte
all'importante e inatteso recupero di una testimonianza artistica di altissimo
livello: una conferma e una più adeguata lettura di questo recupero verrà
dalla prosecuzione dei restauri agli altri ambienti di questo edificio, che
anche dal punto di vista architettonico promette di rivelare notevoli
sorprese.
GERMANO MULAZZANI
STORICO DELL'ARTE
SOPRINTENDENTE PER I BENI AMBIENTALI E ARCHITETTONICI DI MILANO







