Comit: la storia
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LA BANCA COMMERCIALE ITALIANA *
(a cura di Antonio Maria Masia)
A conclusione e superamento della grande crisi del sistema bancario del
1892-1893, coinvolto in fallimenti di aziende e speculazioni di vario genere
attraverso banche quali Credito Mobiliare e Banca Generale, prende forma e
avvio un sistema rinnovato e certamente migliorato. In grado così di sostenere
la prima fase di grande sviluppo dell’economia del Paese.
Nasce allora dalla fusione di 3 Istituti di emissione e dalla liquidazione
della Banca Romana la Banca d’Italia che diverrà nel tempo la Banca Centrale.
Si afferma il modello della banca mista di tipo tedesco, strumento adatto a
finanziare non solo le grandi opere pubbliche ma anche l’industria privata in
genere, ed in particolare quella manifatturiera, anche attraverso
partecipazioni azionarie e le concessioni di credito a breve nella forma, ma a
lungo nella sostanza.
In questo contesto e nel vuoto lasciato dai grandi Istituti in liquidazione ,
vuoto ben percepito dagli ambienti bancari d’oltralpe, e grazie al tramite di
OTTO JOEL, tedesco ma da 14enne in Italia divenuto cittadino italiano, e già
Direttore della Banca Generale, viene fondata l’8.10.1894 la Banca Commerciale
Italiana , con un capitale di 20 milioni di lire interamente sottoscritto da
stranieri, prevalentemente svizzeri e tedeschi, tranne che per 100.000 lire
sottoscritte dal Conte Alfonso Sanseverino-Vimercati nominato Presidente. A
dirigere la Banca sono chiamati OTTO JOEL E FEDERICO WEILL, altro tedesco trapiantato in Italia, già direttore della
filiale palermitana del Credito Mobiliare.
Per il Paese si entra nel periodo favorevole di una lunga stagione
caratterizzata da un valido sviluppo economico e si gettano le basi di una
moderna
industrializzazione che ci avvicina in termini di reddito e benessere
ai paesi più avanzati.
Ed è in questa positiva “età giolittiana” che la Comit gioca un ruolo da
protagonista anche per i successivi anni, finanziando e sostenendo lo sviluppo
dei vari settori, da quello elettrico (Edison) a quelli siderurgico
(Acciaierie e Ferriere Lombarde poi Falck , Breda) , meccanico (Fiat),
scientifico , tessile, minerario, edilizio ed alberghiero.
La Banca cresce, aumenta ripetutamente il capitale sociale che ora viene
sottoscritto sempre di più da soci italiani, mentre dal lato dell’attività si
apre
e si rafforza nei rapporti con l’estero. Questa connotazione di
internazionalità rimarrà sempre uno dei tratti caratteristici e di
identificazione della Banca Commerciale Italiana che sarà da allora in poi
chiamata affettuosamente e rispettosamente “BISIAI”.
Si dà una solida organizzazione a livello di Direzione Centrale e di Filiali.
Dopo Milano ecco nel ‘95 Genova e poi Firenze , Roma, Torino e Bergamo e poi
l’espansione nel Mezzogiorno a Napoli e Messina.
Prima della grande guerra conta 57 Filiali e 18 agenzie di città.
Si avvale di un’ ottima organizzazione contabile ed esecutiva che farà la
storia del sistema attraverso anche i libri di testo degli istituti
scolastici.
La crisi del 1907 che comporta il crollo della terza banca del Paese, la
Societa’ Bancaria Italiana, non la vede coinvolta, anzi è chiamata a
compartecipare all’operazione di risanamento e ripresa , a dimostrazione
evidente della sua importanza e centralità.
Nel 1914, alla vigilia della grande guerra, le sue posizioni neutraliste
vengono attaccate dall’interventismo nazionalista, prevalente nell’opinione
pubblica
italiana che la percepisce ancora quale “banca tedesca”. Questo la
obbliga a sacrificare i due amministratori delegati Joel e Weill, nel nome di
una formale italianità.
Durante la guerra sostiene , come del resto tutto il sistema bancario, le
aziende che producono tutto quanto necessario ai fini bellici, sottoscrivendo
il collocamento di Buoni del Tesoro e facilitando le transazioni in valuta
tramite la Filiale di Londra ed avvalendosi pertanto della già forte e
consolidata esperienza nel settore estero e delle relazioni acquisite.
Finita la guerra e guidata con mano sicura e grande capacità da GIUSEPPE
TOEPLITZ (cfr. a parte scheda e immagini) di origini polacche ma cittadino
italiano, affermatosi come uno dei grandi amministratori della Comit, respinge
diversi tentativi di scalate ostili, riuscendo così a preservare la sua
autonomia e indipendenza soprattutto nei confronti di alcune grosse imprese
industriali (Ansaldo).
La crescita della Banca prosegue seppure passando a volte attraverso non
facili problematiche e situazioni derivate dalle battute d’arresto di grosse
aziende (ILVA).
Durante e dopo la guerra la BCI continua la sua crescita estera rimanendo
fedele alla propria innata vocazione internazionale. Nel ‘18 crea la BCI
Francia a Parigi, poi si muove su Vienna , Praga, Ungheria, Istanbul, fonda la
BCI Bulgara destinata a diventare uno dei più grandi Istituti di quel paese.
Controlla insieme a Paribas la SUDAMERIS, nel ‘20 ecco la Banca Ungaro-
Italiana di Budapest, la BCI per l’Egitto e la Grecia negli anni ‘21 e ‘28.
Nel ‘25 normalizza i suoi rapporti finanziari con gli USA dopo che nel ‘24
aveva creato la BCI Trust Co. di New York, nel ‘26 Boston e Filadelfia, nel
‘26/’27 Polonia.
Nel ‘33 nonostante l’autarchia che riduce gli scambi di merci e capitali
controlla 11 affiliate estere ed ha partecipazioni di peso in altre
Istituzioni bancarie straniere.
All’interno, superata la crisi degli anni ‘20/’21 l’economia riprende un altro
lungo percorso di crescita sino alla rivalutazione della lira del ‘26.
Nel contesto la Comit, sotto Toeplitz, si distingue specie nell’assistenza e
supporto allo sviluppo di aziende importanti quali la Terni, la Sip, la Breda,
Montecatini, Orlando, Mira Lanza, Snia Viscosa, Dalmine, Franchi Gregoriano,
Marzotto, Crespi, Chatillon.
Nel ‘26 Mussolini, abbagliato da sogni di autarchica gloria introduce la
famosa “quota novanta” di rivalutazione della lira fissando appunto in 90 (ex
150) lire il cambio per sterlina, lo stesso cambio esistente al tempo della
marcia su Roma.
La realizzazione della “quota novanta”, che voleva essere il preludio alla
stabilizzazione della lira e alla reintroduzione della convertibilità in oro
della moneta, comporta però un forte fenomeno di deflazione che incide
ovviamente e negativamente sulla domanda di investimento e sull’occupazione.
Le imprese hanno difficoltà a rispettare gli obblighi assunti con le banche
per finanziare gli investimenti espansivi del periodo precedente e sono
costrette a cedere in molti casi le proprie azioni alle banche stesse a
garanzia delle esposizioni.
La BCI a questo punto, quale grande banca finanziatrice, si trova ad essere
fra le più esposte agli effetti negativi della congiuntura.
Sul finire del ‘29 si apre una grave crisi a livello mondiale. Da noi, a
maggior ragione, la crescita rallenta vistosamente e la borsa subisce un primo
duro contraccolpo dal
crack di Wall Street. Le imprese, che si stavano appena
riprendendo dagli effetti della politica deflattiva del ‘26/’27, vedono
contrarsi di nuovo affari e redditività.
Si affidano ancora ed inevitabilmente alle banche, che non possono esimersi di
fronte alle ulteriori richieste di aziende delle quali, come abbiamo visto,
dispongono ormai dei pacchetti azionari di controllo, rischiando di
conseguenza il coinvolgimento nell’eventuale fallimento di queste.
Si gonfia così il portafoglio azionario della BCI. A fronte, una non
corrispondente crescita dei depositi ed una ereditata sottocapitalizzazione
che la costringono, per non precipitare nell’insolvenza , al ricorso al
credito ed alle anticipazioni dell’Istituto d’emissione ed all’indebitamento a
breve sull’estero.
La seconda metà del 30 vede l’aggravarsi della crisi bancaria negli USA che
accelera la fuga dei capitali americani dall’Europa. A ruota numerose le
banche europee, austriache (Creditanstalt di Vienna) tedesche ed italiane,
compreso il Credito Italiano ed il Banco di Roma in difficoltà irreversibili.
La Comit riduce gli stipendi dei dipendenti tra il 12% e il 15%. Ma non serve a niente l’orgoglio di Toeplitz che dal 1925 si avvale della collaborazione
preziosa ed illuminata del trentenne RAFFAELE MATTIOLI di Vasto, già
Segretario della Camera di Commercio di Milano (cfr. scheda e immagini a
parte), a farcela da solo.
Siamo alla gravissima crisi del ‘31/’33 del modello operativo di banca mista
della quale la BCI è l’esempio maggiore.
In questo periodo attraverso diverse e drammatiche fasi negoziate con la Banca
d’Italia e con il Governo, per mezzo del suo ministro Alberto Beneduce, da
Toeplitz e soprattutto da Mattioli, la Banca è costretta a cedere prima i
pacchetti di controllo delle aziende nel suo portafoglio in cambio di
liquidità e poi il suo stesso capitale.
Nasce così, imposto da Beneduce, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale
I.R.I. che diventa l’azionista di maggioranza non solo della Comit ma anche
del Credito Italiano e del Banco di Roma. I tre Istituti assumono la
denominazione di banche d’interesse nazionale.
L’IRI si assume la responsabilità per il finanziamento a lungo termine delle
grandi imprese nel nuovo contesto di specializzazione che verrà codificato
nella legge bancaria del 36 che impone precisi ruoli e paletti agli
intermediari bancari.
In particolare le BIN assumono il ruolo di banche di deposito deputate al solo
credito ordinario ed in generale il sistema si modella sul tipo di banche di
credito ordinario a breve da una parte e banche di credito a medio lungo
termine dall’altra, e niente partecipazioni nel capitale delle aziende.
In questo contesto esce di scena Giuseppe Toeplitz che ha visibilmente
sofferto il ridimensionamento della “sua grande Banca d’affari a tutto
campo”ed entra pienamente
in campo nel 33 Raffaele Mattioli nel ruolo di
Amministratore Delegato.
Mattioli, con l’obiettivo di riportare la Comit ai livelli dei suoi tempi
migliori, sprona fortemente la “sua” Direzione Centrale a “lavorare
dimenticando il compito che lo Stato si è assunto con l’iniziativa IRI, come
se la salvezza dovessero e potessero ottenerla da loro senza nessun altro
aiuto da fuori. Solo così –disse- ci renderemo veramente degni di questi aiuti
e questi aiuti ridurremo alla minore cifra possibile”.
Con questo spirito, assistito dal suo collaboratore Giovanni Malagodi, dà
l’avvio ad un’importante e valida riorganizzazione della Comit in tutti i
comparti. Dalla Direzione Centrale, attraverso l’adozione di metodi di lavoro
collegiali e settoriali, alle Filiali.
Nasce così un formidabile Ufficio Studi (cervello delle politiche di credito e
di sviluppo della Banca, con a capo Antonello Gerbi, poi Ugo La Malfa e poi di
nuovo Gerbi,- cfr. scheda e immagini a parte-), un valido Ufficio
Facilitazioni per l’analisi delle concessioni creditizie, un efficiente
Ufficio Sviluppo a sostegno dell’azione sul territorio delle Filiali, un
Ufficio Contabile ed Esecutivo da esempio per il futuro del sistema bancario,
un attento ed apprezzato Ufficio del Personale che attraverso politiche di
selezione e formazione delle Risorse costituirà il nucleo della futura classe
dirigente della Banca e non solo. Numerosi quadri di valore forniranno la loro
professionalità in altre banche, Enti, Istituzioni e Politica (Merzagora,
Malagodi , La Malfa).
La cura per la motivazione dei collaboratori è massima: si organizzano
programmi di educazione alla cultura della banca , basati sulla “circolazione”
delle persone prescelte per incarichi tra i vari Uffici periferici e centrali.La
scuola della relazione con le persone, la cura della formazione, della
preparazione dei singoli a compiti di ulteriore responsabilità, la costante
della interconnessione fra banca e cultura diventano nell’era Mattioli i
capisaldi del mondo Comit.
L’obiettivo è fare buoni bilanci, non disgiunti dall’attenzione costante alla
persona, in quanto titolare di diritti e non solo asettico strumento di
produzione, e tenere la Banca in posizioni di autonomia e indipendenza
gestionale, nonostante i vincoli IRI e della legge bancaria.
A partire dal ‘35, in previsione di eventi bellici, l’economia italiana inizia
a convertirsi in economia di guerra con i conseguenti preparativi industriali
e militari (invasione dell’Etiopia, all’epoca Abissinia): da allora un
decennio di crescenti operazioni belliche che culminano nella seconda guerra
mondiale fino alla sconfitta, all’occupazione nazista, alla divisione del
Paese ed alla guerra civile.
L’economia è subordinata alle esigenze belliche e la Comit non si sottrae
finanziariamente. E ricorrendo a maggiori esposizioni nei confronti del suo
azionista IRI, appoggia le aziende impegnate nella cantieristica, nella
siderurgia, nella grande meccanica e tutto il mondo industriale connesso
operativamente allo sforzo bellico.
Nel ‘39, a completamento di uno studio di piano di difesa dai rischi derivanti
da attacchi nemici, la Banca progetta un unico Centro Contabile a cui
affiancare un deposito centrale dei titoli e un Archivio Generale di tutta la
documentazione non corrente. La scelta cade, per motivi strategici e di
ridotta rischiosità, su Parma e nel ‘41 viene inaugurato il Centro Contabile
di Villa Ombrosa.
La guerra accascia totalmente l’Italia sul piano economico. Il reddito per
abitante nel ‘45 è in termini reali a livello di oltre 30 anni addietro. Ciò
vuol dire aver azzerato il lavoro di una intera generazione.
Ma passata la bufera la ripresa è rapida e nel giro di un quinquennio la
produzione ed il reddito tornano al livello prebellico.
Il sistema bancario tutto incentrato nella Ricostruzione fa la sua parte.
Certo le BIN soffrono il limite dell’ordinarietà del credito imposto dalla
legge bancaria. E fra di
esse la Comit ancora di più, anche se Mattioli,
spesso, pur nel rispetto formale delle norme, spinge la sua Banca ad
“aggirare” i vincoli finanziando a breve ciò che in realtà è a lungo, nel
segno della vera e naturale vocazione della Banca.
E per meglio far fronte a questa esigenza su impulso di Mattioli nasce la
Mediobanca, con partecipazione paritaria delle tre BIN, alla quale viene
destinato dalla Comit il giovane Enrico Cuccia, destinato a diventare in
seguito il lucido e rispettato “padre-padrone “ di quell’Istituto.
Mediobanca rappresenta così l’indispensabile raccordo fra credito ordinario e
credito finanziario, necessario per sostenere al meglio la crescita economica
del dopoguerra.
La BCI riprende ancora, con l’abile e unanimemente condivisa regia di Mattioli,
a finanziare il sistema economico, sostenendo tra il ‘45 ed il ‘48
collocamenti di aumenti di capitale e prestiti obbligazionari di ben 67
importanti società, tra le quali Fiat, Edison, Montecatini, Sip, Ilva.
Apre, per agevolare la raccolta, nuove Filiali e Agenzie di città. Facilita la
riammissione dell’Italia ai mercati internazionali, riallacciando i
tradizionali rapporti con l’Estero. Le Sedi di Londra e New York, liquidate da
quei Paesi ospitanti nel 40 e 41, vengono riavviate attraverso Uffici di
Rappresentanza.
L’Italia dal ‘47 in poi aderendo al Fondo Monetario Internazionale ed
accettando le nuove regole stabilite a Bretton Wood per il Sistema Monetario
Internazionale, si mette
decisamente sul terreno occidentale del libero
scambio.
Aderisce alla Organizzazione Economica per la Cooperazione Europea (OECE) ed
all’Unione Europea dei Pagamenti, alla costruzione della Comunità Europea del
Carbone e dell’Acciaio (CECA) ed alla firma del Trattato di Roma.
C’è un nuovo clima di fiducia e di crescita negli anni ‘50 con Guido
Menichella alla Banca d’Italia: bassi tassi d’inflazione, conti con l’estero
in pareggio, livello adeguato delle riserve valutarie, piena convertibilità
della lira.
La Comit in questo contesto è pienamente inserita, soprattutto nel mettere a
frutto il suo primato nelle operazioni con l’estero, in virtù della netta
preferenza che riceve nel comparto da operatori italiani e stranieri.
Ed è grazie alla BCI ed alla sua conoscenza ed inserimento sui mercati esteri
se il processo di reinserimento del Paese nell’economia internazionale viene
facilitato ed accelerato.
Nel contempo la Banca rafforza la sua posizione su Parigi e Francoforte ,
auspicando fortemente , ma rimanendo inascoltata da IRI e Governo, l’esigenza
di avere in Italia banche per dimensioni e capitali competitive con i massimi
Istituti in Europa.
E siamo al grande sostegno allo sviluppo industriale quando la Comit ancor di
più lega il suo nome ed il suo operare alle sorti positivamente in crescita
dell’economia italiana.
Quello che viene definito sommariamente il “miracolo economico italiano” fra
la fine della Ricostruzione e la metà degli anni ‘60 e che è in realtà il
portato di un “lungo e
complicato processo” come sostiene Mattioli che non
apprezza il termine miracolo, vede la Comit in prima fila. A sostegno continuo
, convinto e lungimirante della politica di liberalizzazione degli scambi, a
efficace stimolo ad intraprendere ed ampliare le iniziative industriali,
commerciali e artigianali.
Della “sua Banca” Mattioli, che in occasione delle relazioni ai Bilanci
annuali fa dei piccoli “capolavori” anche letterari e culturali da par suo,
dice in contrapposizione al termine “miracolo” e quasi sminuendo la grande e
decisiva importanza della BCI nel progetto di crescita del Paese : “non
vogliamo arrogarci nessun merito particolare, perché abbiamo fatto il nostro
interesse”.
In quegli anni gli impieghi della Comit raggiungono il 13% circa del sistema
bancario italiano, a prescindere dall’attività di merchant di Mediobanca.
Continua l’assistenza e la partecipazione a collocamenti azionari ed
obbligazionari senza per questo trascurare il sostegno alla piccola e media
impresa.
La guida sapiente del banchiere umanista colto e raffinatissimo, inflessibile
e pragmatico, con l’obiettivo fisso della crescita della Banca da
salvaguardare nella sua autonomia e indipendenza, già rispettato da Mussolini
durante il Fascismo e poi da personaggi come De Gasperi e Togliatti, porta la
Comit verso posizioni di assoluta centralità nel sistema Paese.
La politica di espansione della Banca è attenta e prudente anche a non
collidere con le preoccupazioni del Governo e della Banca d’Italia, che hanno
di mira l’equilibrio dei conti con l’estero e del cambio, allo scopo di non
alimentare inflazione.
Certo la legge bancaria vigente allora che separa il credito ordinario da
quello finanziario, imbriglia un po’ la capacità espansiva della Comit
spingendo Mattioli, come già osservato, nel senso di un cauto “ibridismo”
operativo basato più sulla sostanza dei fatti che sulla formalità. A limitare
le potenzialità contribuisce anche la richiesta all’IRI di aumento di
capitale, richiesta disattesa nei tempi e nelle cifre.
Comunque lungo gli anni ‘60/’70 la Banca si irrobustisce grazie alla duplice
operatività di attenta cura, secondo tradizione, verso il mondo delle grandi
imprese cioè con i
clienti di “antica data” ed anche di convinto appoggio
verso il piccolo e medio imprenditore, autentico artefice di larga parte del
programma economico italiano del secondo dopoguerra.
Ciò senza perdere di mira lo sviluppo della raccolta e la presenza all’estero
che viene ulteriormente rafforzata.
La presenza all’Estero della “BISIAI” diviene ora di prima grandezza. Nel ‘69
New York è Filiale e così Londra e Singapore nel ‘71, nel ‘72 Tokio, seguono
San Paolo, Chicago e Los Angeles nel ‘74, Abu Dabi ed Il Cairo nel ‘77 ed
ancora Rio de Janeiro, Madrid, Hong Kong, Francoforte, Barcellona , Monaco di
Baviera.
Intanto Raffaele Mattioli che nel ‘60 aveva lasciato l’incarico di
Amministratore Delegato per quello operativo a pieno titolo di Presidente, in
più di una circostanza mette in evidenza la sua convinzione della “funzione
sociale del profitto”, a ribadire che i bilanci non vanno mai disgiunti dalla
relazione e dalla considerazione sulle persone.
Come Amministratori Delegati si avvicendano Filippo Migliorisi, Carlo Bombieri,
Marcello Rossi, Francesco Cingano.
Nel ‘72 per una “pressione” della politica che ormai reclama il controllo
della Comit è costretto, facendo buon viso a cattivo gioco a lasciare,
sostituito da Gaetano Stammati gran burocrate di Stato che del suo breve
passaggio in Comit lascia poca traccia.
Nel luglio del ‘73 muore a Roma a seguito di un intervento chirurgico: di lui
scrive Le Monde il 9 agosto di quell’anno: “le plus grand banquier italien
depuis Laurent de Medicis, per la sua azione a favore degli ebrei e degli
intellettuali perseguitati dal fascismo, la sua concezione di un liberismo
spogliato da tutti i pregiudizi anticomunisti, la sua attività editoriale …ed
infine la stima e l’affetto che non ha mai cessato di riporre in lui la
generazione di intellettuali e di uomini politici che ha edificato l’Italia
del dopoguerra”.
In Italia la crescita della Comit pur limitata dalle posizioni restrittive
delle autorità monetarie continua e le Filiali passano da 110 a 128 tra il 74
e l’82 e le Agenzie di città da 95a 161.
L’organizzazione della Direzione Centrale e delle Filiali si completa verso
forme sempre più ampie di autonomia creditizia alle Filiali. E con
l’introduzione di nuove macchine contabili sempre più tecnicamente aggiornate
e con i nascenti elaboratori elettronici e l’uso della lettura ottica ed i
collegamenti in tempo reale fra le Filiali e il Centro Contabile, la Comit
assume la veste di banca efficiente che offre alla sua clientela la piena
circolarità dei rapporti.
Ma nel ‘73 con il primo shock petrolifero a seguito della guerra del Kippur,
il mondo occidentale che già da qualche anno registrava cali di produttività e
tensioni sui cambi, vede la fine del “miracolo”.
Subentrano incertezza e sfiducia. E’ la “stagflazione”, la coesistenza di
inflazione e ristagno dell’attività produttiva con crescita della
disoccupazione.
Anni difficili e incerti per le grandi aziende poco flessibili. Va meno
peggio, al contrario, per le piccole.
La BCI fa ora un po’ di fatica verso questa tipologia e verso zone geografiche
ove ha da sempre avuto limiti ad espandersi. Da qui l’acquisto di banche
locali quali Legnano e Chiavari e comunque la raccolta di una “sfida” ad
inserirsi in un mondo di aziende non certo legate alla sua più tipica
tradizione.
Rinnova lo sforzo organizzativo verso il comparto medio piccolo senza
trascurare il suo mondo imprenditoriale di riferimento pur tenendo conto dei
vincoli all’espansione degli impieghi a breve.
La presenza all’Estero ed il lavoro da questa derivante, crescono ancora
attraverso altre aperture e partecipazioni di rilievo: Mosca , Ebic, Compagnie
Monegasque, riorganizzazione di Sudameris.
E veniamo alle sfida degli anni Ottanta.
Siamo ora alla cosiddetta “rivoluzione finanziaria” segnata dai cambiamenti
degli orientamenti, sensibilità e richieste del mercato, dei risparmiatori,
delle famiglie e si fa sempre più evidente il ruolo delle piccole e medie
imprese e quello delle banche locali.
Si profila il mercato unico europeo che poi si realizzerà pienamente nel ‘93.
C’è un rallentamento nella crescita dei depositi, c’è la cosiddetta
“disintermediazione del sistema bancario” a significare tutta una serie di
attività e di prodotti di intermediazione finanziaria non gestititi in prima
linea dalle banche ma da altri soggetti. Ciò in aderenza a quanto avviene
negli altri paesi della Comunità Europea.
Con questi nuovi soggetti e con questa nuova realtà operativa deve fare i
conti il nostro sistema bancario sino ad allora iperprotetto. E deve
affrontare la lenta ma continua “deregulation” che rappresenta una sfida sul
piano non solo operativo ma anche e soprattutto culturale.
La Comit raccoglie, come sempre fatto in passato, la sfida e per prima
introduce i certificati di deposito e nell’83 dopo la legge sui Fondi di
Intermediazione crea una joint venture con le Generali per il collocamento dei
fondi Genercomit, potenzia le gestioni patrimoniali fiduciarie ed introduce
forme più aggiornate e raffinate di gestione finanziaria a supporto delle
imprese.
Nel frattempo, dopo il breve e grigio periodo di Stammati, alla Presidenza
della Comit si succedono, Innocen
zo Monti, Antonio Monti, Francesco Cingano,
veri continuatori della “politica” di Mattioli.
Si punta alla crescita della produttività, razionalizzando, con l’introduzione
di nuove macchine contabili e nuovi processi amministrativi e contabili, anche
il numero dei dipendenti che tra l’82 ed il ‘91 scende a 18.200 circa da
19.000. Cresce il numero delle Filiali ed agenzie da 306 a 581. Aumenta il
patrimonio, il capitale sociale da 210 a 1050 miliardi di lire (nell’86) ed
inizia il processo di privatizzazione dell’IRI che così porta la sua
partecipazione in BCI al di sotto del 60%.
La globalizzazione dei mercati finanziari inizia il suo percorso facilitando
l’accesso al lavoro con l’estero di tutto il sistema bancario comprese le
banche locali. Questo fatto riduce di conseguenza il “vantaggio” Comit nel
comparto che però rimane di tutto interesse.
Vengono infatti rafforzate ancora le strutture all’estero, la BCI Svizzera, la
BCI Canada, si incrementano le attività su Tokio, Pechino e Mosca.
Nel ‘91 l’Istituto si ristruttura come Gruppo polifunzionale. Al vertice la
Banca Commerciale Italiana Spa e poi, oltre una serie di Società create per
motivi strategici, le tre Holding: Comit HoldingItalia Spa cui fanno capo le
partecipate bancarie e finanziarie italiane, Comit Holding Spa per le
partecipazioni operanti in attività collaterali e la Comit Holdi
ng
International spa per le partecipazioni bancarie e finanziarie estere.
L’inizio degli anni Novanta vede al vertice come Presidente Sergio Siglienti,
già Amministratore Delegato e considerato l’ultimo erede di Mattioli, in
sostituzione di Enrico Braggiotti e che accompagnerà la Comit fino alla
privatizzazione del ‘94. Amministratori sono Luigi Fausti, Pietro Grandjacquet
ed Enrico Beneduce, senza dimenticare Mario Arcari a cavallo tra la fine degli
anni Ottanta e gli inizi del Novanta.
Con il mercato unico europeo, con le nuove norme sull’esercizio del credito e
con le privatizzazioni si aprono nuovi orizzo
nti che in parte ripudiano il
dirigismo economico precedente. Con i movimenti dei capitali più liberi si
ritorna alla banca universale. Lo Stato fa un bel passo indietro rispetto agli
anni Trenta quando si sostituì in parte al capitalismo privato collassato su
se stesso.
La BCI è ancora tra i protagonisti principali di questo cambiamento grazie
alla sua rete estera (presente in 42 paesi stranieri con 47 Filiali e 25
Uffici di Rappresentanza), alle sue buone quote di mercato ed alla sua innata
vocazione di banca a tutto tondo. Forte di una rete italiana che cresce di 300
nuovi sportelli a seguito dell’abolizione dei vincoli dell’89, senza ricorso a
nuove risorse umane ma snellendo e rinnovando automatismi operativi e
procedure.
Si rafforza
nei servizi del corporate finance, sull’euromercato ed è ancora
netta la sua prevalenza nel comparto estero fra le banche italiane.
All’interno rafforza il suo inserimento nell’ambito delle famiglie e delle
piccole imprese.
Nel ‘93 con rendimenti crescenti e quote di mercato invidiabili (prevalente
sul sistema la quota sugli impieghi), la BCI ritorna a pieno titolo, come
consentito dalla legge a partire dal 1.1.94, alle sue origini di banca
universale. Sempre al centro e protagonista di rilievo al servizio
dell’economia italiana soprattutto nel momento della formazione e
consolidamento di quella classe industriale a base dello sviluppo del XX
secolo.
Nel ‘94 si celebra il centenario all’insegna di dati patrimoniali e reddituali
di assoluto rilievo, frutto sino a quel momento di una politica gestionale
illuminata ed autonoma anche rispetto all’IRI, che come aveva sempre detto Mattioli consentiva alla Banca di “agire con sufficiente libertà di giudizio”.
Nell’aprile del ‘94 l’IRI cede la sua partecipazione in Comit e privatizza la
Banca, che passa sotto il controllo di una minoranza sindacata e
blindata di
altre banche e importanti imprenditori privati, coordinati da Mediobanca sotto
la regia del suo dominus Enrico Cuccia.
Sergio Siglienti, ultimo Presidente della Comit in versione IRI e sostenitore
di una vera public company, viene defenestrato all’improvviso in sede di
Assemblea e, due anni dopo, racconterà la vicenda piena di sorprese e colpi di
scena della vendita della Banca, nel libro “Una privatizzazione molto
privata”. “Vicenda nella quale, argomenta Siglienti, la debolezza e
l’impreparazione dei politici, la scarsa coesione del management bancario di
fronte all’attacco portato da gruppi d’interesse industrial-finanziari hanno
finito per disattendere la speranza dei risparmiatori. Ancora una volta è
naufragato il tentativo di liberali
zzare e rendere più trasparente il mercato:
i vincoli di solidarietà tra i grandi gruppi industriali hanno avuto la meglio
sull’interesse collettivo, aumentando ulteriormente la distanza che ci separa
dagli standard delle economie più avanzate”.
Vale la pena a questo punto della storia ricordare la profetica risposta di
Raffaele Mattioli in occasione della sua deposizione alla Commissione
Economica del Ministero per la Costituente nel 1946.
domanda della Commissione: Lei pensa che la riprivatizzazione dei pacchetti
azionari delle grandi banche, oggi detenuti dall’IRI, possa essere fonte di
inconvenienti?
Mattioli: Certo, specie in questo momento. Con il formidabile fabbisogno
finanziario che si manifesterà in particolare da parte dei grossi complessi
industriali, la privatizzazione della banche di interesse nazionale sarebbe
una gravissima iattura.
Da questo momento, da questo ritorno della Banca alle sue origini di banca
privata, da questo evento che doveva segnare un passaggio di ulteriore
rilancio dell’Istituto nell’ambito di mercati sempre più globali e
competitivi, inizia invece, come aveva ammonito 48 anni prima Mattioli, un
decennio di graduale
e progressiva sofferenza e declino. Contrassegnato da
contrasti interni al top management, dalle interferenze, tipiche da conflitto
d’interessi, fra banca e impresa, da pressioni esterne politiche,
istituzionali e finanziarie. Ricordiamo anche i travagli per la mancata eppure
facile acquisizione del Banco di Napoli, per i falliti tentativi di investire
l’abbondante liquidità in cassa sull’acquisto di altri Istituti (Ambroveneto
prima e Cariplo poi), per la trattativa non conclusa di creare la SuperBin con
Banco di Roma, e la respinta scalata, da parte di Unicredit, giudicata ostile.
Ed infine altre circostanze e fatti (molti da chiarire) portano rapidamente
attraverso una serie di passaggi , dichiarazioni, impegni federativi
disattesi, alla conquista della Comit da parte di Banca Intesa (già
Ambroveneto/Cariplo) nell’ottobre del
1999.
Nel frattempo, e dopo Luigi Fausti assurto alla carica di Presidente, l’ultimo
Comit in versione privatizzata, si alternano al comando , in una sorta di
vortice, Presidenti ed Amministratori Delegati esterni, ex Comit di rientro e
stranieri spesso non di estrazione bancaria.
L’ultimo Amministratore Delegato nei mesi finali della Banca, ancora Comit in
versione di fatto federata, è Aldo Civaschi, rientrato dopo un breve periodo
di responsabilità in altro istituto, ma poi costretto a lasciare, perchè
contrario, quando viene abbandonato il progetto di Federazione tra Intesa e
Comit per la Fusione per incorporazione: Bazoli aveva dato allo stesso
Civaschi ampie assicurazioni circa il destino della Comit, assicurazioni che
l'A.D. aveva esternato a tutti i dipendenti con la lettera la cui miniatura è
riprodotta a sinistra (click sulla stessa per leggerla) .
Queste per sommi capi le fasi salienti che, passando da un promesso patto di
federazione dichiarato, in sede di lancio dell’offerta pubblica di scambio (ops),
poi come noto clamorosamente disatteso nel silenzio generale anche della
massime Istituzioni finanziarie e governative, portano repentinamente ad una
Fusione. Atto, formalmente presentato alla pari tra Comit e Intesa ma di fatto
forzato ed imposto dal proprietario al posseduto, che segna la definitiva
scomparsa della Comit, con il rammarico, la delusione ed anche la rabbia di
estimatori, clienti e dipendenti. In questo contesto assume rilevanza la
lettera di dimissioni del 23 settembre 1999 del Presidente Onorario Luigi
Fausti, nella quale appare ben delineata la mancanza di un futuro per la Banca
Commerciale Italiana (click sull'immagine a fianco per visionarne il
contenuto).
La Banca di Joel, Toeplitz e Mattioli, quella che aveva superato indenne la
grande crisi del ‘30/’31 e che aveva fortemente contribuito alla crescita
dell’economia italiana ed alla formazione di una scuola di banca e di vita,
sparisce, senza che una voce di protesta, interna od esterna, si levi.
L’atto di fusione dell’1.5.2001 prevede per il nuovo Istituto il nome di Banca
Intesa Banca Commerciale Italiana oppure Banca Intesa Comit oppu
re Banca
Intesa BCI.
Quest’ultima denominazione minimale adottata per poco tempo ha rappresentato
l’ultima, illusoria, mascherata parvenza della nostra Banca.
E con la scomparsa di “BISIAI” si chiude definitivamente la storia della
COMIT.Sull’importanza e sul coinvolgimento della Comit nell’ambito dell’arte e
della cultura vedasi l’allegata cartella a parte, compresa quella relativa
all’importante Archivio Storico della Banca, anche questo “fuso” unitamente
agli archivi Ambroveneto e Cariplo in un unico coacervo.
Chi ha scritto queste pagine, attinte in parte dal Libro “CentAnni” 1894 –
1994 La Banca Commerciale e l’economia italiana a cura di Gianni Toniolo-
Nardini Editore - del giugno ‘94” e tanti altri amici della Comit aspettano
che chi sa spieghi antefatti, motivi e cause della fine imprevista e
incredibile di un’Istituzione che aveva, in maniera importante e meritoria,
legato il suo destino a quello del Paese.
I numerosi fogli bianchi che seguono aspettano di essere scritti con parole di
verità e trasparenza, che spazzino via le ambiguità, i silenzi e le non chiare
trame finanziarie e politiche che hanno segnato le ultimissime pagine di
questa storia.
Per le successive occorre rispondere a questa domanda:
CHI, PERCHE’, COME , DOVE e QUANDO ha voluto e deciso la scomparsa di una
grande BANCA, la BANCA COMMERCIALE ITALIANA, per farla morire dentro il corpo
senza ANIMA di una banca solo grande?
Molti dei protagonisti di questa vicenda sono ancora in grado, se lo vogliono,
di scrivere le pagine mancanti.
NOICOMIT fiduciosi aspettiamo…..
Antonio Maria Masia
Roma, ottobre 2004
*le foto e le schede nelle cartelle a parte sono tratte dal libro sopra citato.




