Associazione Nazionale fra Pensionati ed Esodati della Banca Commerciale Italiana - A N P E C O M I T


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 Fondo IBI

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Comun. UILCA (2/07)
Rino Sanna (2/07)
Dal sito ADUC (2/07)
Accordo 31/5/07
Il Quirino (6/07)
Comun. 236 (7/07)
Comun. 238 (7/07)
 

       

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Le inchieste dell'Anpecomit

Il Fondo Pensioni IBI: un disastro annunciato?

Prima parte

I precedenti
Alcuni mesi fa ci siamo occupati del Fondo Pensioni IBI.
Come molti di voi ricorderanno, l'IBI - Istituto Bancario Italiano - era una banca privata operante soprattutto in Lombardia, è stato incorporato dalla Cariplo il 14 dicembre 1991, data dalla quale la Cassa IBI è diventata sostanzialmente un fondo chiuso; dal 30/7/92 il personale IBI poteva mantenere la propria iscrizione alla  Cassa IBI oppure iscriversi (con decorrenza 14/12/9) al fondo Cariplo. Attualmente il Fondo Pensioni IBI è composto da un migliaio di soci ed ha un patrimonio di una cinquantina di milioni (così quantificato  all'atto della fusione Banca Intesa/Sanpaolo), più o meno dimezzato rispetto ai dati di fine dicembre 2005.
Questo documento, che cercheremo di aggiornare  qualora emergano nuovi fatti, è basato sulle risultanze emerse da comunicati sindacali (fonti istitutive del Fondo) e da qualche articolo di giornale: manca la testimonianza diretta di qualcuno che possa raccontarci cosa veramente è successo e come stanno le cose. Tenuto conto che il nostro sito è visitato da colleghi in servizio, li preghiamo di contattarci via @mail (a sinistra sub "Scrivici) e segnalarci eventuali errori, imprecisioni o novità (pubblicheremo i loro messaggi, salvo divieto espresso, nel sito in maniera anonima).

Un dramma annunciato?
Dopo che si profilava una notevole perdita perdita per il 2006, da un comunicato del gennaio 2007 abbiamo appreso che già il 4 aprile 2005 la FABI aveva stigmatizzato una grave negligenza da parte degli uomini di Banca Intesa nel Comitato di amministrazione della Cassa IBI: il Sindacato, riprendendo un articolo pubblicato sul Sole 24Ore (Plus) del 12 marzo 2005, denunciava che, a seguito di un'ispezione COVIP, l'11 dicembre 2003 (in piena crisi del Gruppo di Collecchio) il gestore designato dalla Banca aveva acquistato 1.400.000 azioni Parmalat Finance al prezzo di € 1.20 per azione (per un ctv. di € 1.680.000), titoli rivenduti il 19 dicembre 2003 (una settimana dopo: il giorno di uscita di Parmalat dal MIB30) a € 0.30 per azione (per un ctv. di € 420.000). La FABI aggiungeva che:
la perdita di € 980.000 aveva praticamente azzerato - in soli 8 giorni - il rendimento annuo del patrimonio mobiliare della Cassa;
esprimeva il proprio disappunto affermando che "Così come i colleghi ex Comit, gli iscritti alla Cassa di Previdenza ex IBI saranno i soli a pagare per errori commessi dai
    rappresentanti azienda........"

L'ira dei Sindacati 
In attesa della riunione del Consiglio della Cassa IBI (prevista per il  12/2/2007, avrebbe dovuto rendere nota la reale situazione dell'Ente), in un successivo comunicato (9/2/2007) la FABI assumeva un durissimo atteggiamento esigendo un comportamento del Consiglio teso alla tutela delle posizioni degli associati
:
esonerare dalla gestione del patrimonio il Consigliere (di nomina della Banca) che aveva causato il dissesto (non nominato)
evitare di affidare la gestione del patrimonio ad una società previdenziale indicata dalla Banca senza una selezione trasparente di altre contropartite
individuare con il massimo rigore le singole responsabilità
far conoscere agli associati "come sia potuto accadere che soggetti indicati dalle precedenti gestione della banca, abbiano potuto operare indisturbati, durante questa
   gestione, su conti correnti, effettuando operazioni non congrue che avrebbero dovuto far scattare segnalazioni di anomalie tali da mettere in moto il rigoroso auditing interno"
Singolare ma gradito un passaggio della FABI, che recita "è infine da respingere l’attacco del giornale della Confindustria ai fondi preesistenti come fondi dissestati con metodologie di gestione poco trasparenti e rischiose. Ricordiamo che tali fondi hanno fatto e stanno facedono il loro dovere, in alcuni casi, COMIT e CARIPLO, per decenni, addirittura per oltre un secolo, superando indenni eventi come due guerre mondiali. E’ grazie all’accumulo decennale di un patrimonio immobiliare di pregio del Fondo Comit se è riuscito il ristorno delle posizioni degli associati, nella vicenda di liquidazione", smentendo così un certo Alberto Brambilla (già dirigente responsabile dei fondi pensione di Intesa/Cariplo e tuttora nel “nucleo di valutazione della spesa previdenziale”, l’organismo ministeriale che ha proposto di diminuire del 10% l’importo delle già taglieggiate pensioni Inps “perché sta aumentando l’aspettativa di vita”), sul quale riportiamo una precisazione di Antonio Maria Masia, Presidente dell'Anpecomit:  
"Il Brambilla di cui si parla , dipendente di Banca Intesa, ramo Cariplo, è quello che nelle sue funzioni di Sottosegretario Responsabile con delega ai fondi pensioni integrativi del Ministero del Lavoro, mi disse in sede di audizione 24.5.2005, alla presenza di altri (Mascini, D'avossa, Onofri etc...) che il Fondo Pensioni Comit che io difendevo era da chiudere perchè fallito e che anche la Comit era una Banca "tecnicamente fallita". Più conflitto di interessi di così.... E che profeta.....il Fondo valeva il doppio!".
Scusate se divaghiamo, ma quanto sopra contribuisce ancora, se ce ne fosse il bisogno, a renderci orgogliosi per aver combattuto una battaglia dovuta: il Fondo Pensioni Comit non era in difficoltà e non aveva alcuna ragione di bloccare il pagamento delle pensioni e distribuire anticipi (inizialmente 40%) a valere  sulla futura liquidazione dei suoi assets.

(continua)